Musica Recensione Musicale

The Coral – Magic And Medicine

The-Coral-Magic-And-Medicine

Pro

Contro

I suoni della foresta precedono l’organetto di In The Forest e dopo tre secondi hai già capito che non stai ascoltando un album qualsiasi. Più doorsiana dei Doors, con qualche fiato in sottofondo, la canzone d’apertura di Magic And Medicine, in poco più di due minuti e mezzo, ha il potere di trasformarti in un qualche animaletto degli alberi, mentre James Skelly ti racconta che questo è il posto dove perdersi e dice «Non saprai mai quanto ti…». Amo.
Fuori dalla foresta, vieni catapultato nel selvaggio west: Don’t Think You’re The First piacerebbe un sacco a Morricone, è degna di fare da sottofondo a un bel triello Clint Eastwood – Eli Wallach – Lee Van Cleef, le chitarre fanno tre accordi e un po’ arpeggiano, le percussioni rievocano davvero una città fantasma col suo bel texano dagli occhi di ghiaccio che arriva e viene squadrato dal cattivo di turno, addirittura in mezzo alla canzone c’è un assolo di armonica, molto semplice, direttamente da «C’era una volta il west». Anche qui, la tematica è (non solo) l’amore: «Ti amo? Sì, ti amo, altrimenti non te lo direi».
Liezah è una bellissima ballata folk che si rifà alla tradizione dylaniana. Doppia acustica molto in evidenza, il (contrab?) basso segue tranquillo, la voce di James Skelly è dolce, ma non cade nel melenso: uso magistrale della seconda voce nel ritornello. «I had a girl her name was Liezah…». Volutamente “già sentito”.
E dopo essere stato in compagnia di Liezah, vieni sballottato improvvisamente in un campo nomadi dove Kusturica e Dr. John hanno appena finito di fare una jam session: Talkin’ Gypsy Market Blues non potrebbe essere più fedele al suo titolo: anche qui, armonica (anche se quasi sempre in sottofondo), e concessione rockeggiante alla chitarra elettrica che si lamenta un po’.
Per il suo prossimo film, Tarantino non potrà non considerare Secret Kiss per la colonna sonora. Tra lo psycho e la tradizione melodica: intermezzo in sei battute, poi il tempo cambia e diventa un valzerino tranquillo tranquillo (con coretto «So far away»), poi è quasi tango. E anche senza sapere l’inglese, capisci che stiamo parlando di tramonti estivi in un qualche posto che non ricordi, mentre eri con una persona che forse non tornerà, dandoti fugaci baci.
Le mille influenze del sestetto The Coral si mescolano in un tuttuno difficile da definire: qui, in Milkwood Blues, non sai se la domenica pomeriggio uggiosa e indolente che stai vivendo finirà mai: e sembra ravvivarsi, quando lo statico blues si tinge di jazz e swing e alcune voci incomprensibili echeggiano sotto gli assoli, poi però tutto torna come prima: fermo. Un violino spinto al massimo della non-voglia ti reintroduce verso il conto alla rovescia finale, bel gioco di parole: «10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, and 3, 2 many 1t her». E fine della song.
Bill McCai parte più forte, spensierata: è cantata quasi con foga, come se James volesse arrivare a dirti cosa succede prima che gli strumenti lo raggiungano. E il country rock va che è una meraviglia; solo che Bill McCai è un uomo medio che alla fine si suicida. E questo lo trovo fantastico, il pezzo forse più allegro musicalmente dell’album rivela la storia più triste. Ed è pure un po’ macabro: il coro finale fa «Bye bye Bill McCai», ma lo dice così, sì, un po’ solenne, ma non triste, come se Bill se ne andasse a stare in villeggiatura. E forse è questo il senso.
Salutato Bill, inizia a piovere. Ma in Eskimo Lament anche la pioggia se ne deve andare, perché sei troppo triste anche solo per esserne bagnato. «Torna in un giorno migliore», quando potrai essere tu, pioggia, la cosa negativa. La chitarra acustica si supera, e i fiati grossi (tromboni, fagotti) piangono assieme a te. Il coro ti dà un po’ di conforto, ma naviga con te nella malinconia.
Careless Hands è un’altra ballata, ma, come dire? Particolarissima nei suoni, nella successione di accordi che stanno insieme non si sa come, in modo un po’ allucinato/allucinante. La chitarra acustica arpeggia molto e gioca con gli altri strumenti, in un climax ascendente che alla fine la vede oscurata dall’elettrica che butta fuori accordi secchi e dalla batteria rumoreggiante.
Il capolavoro dell’album è stranamente (senza ironia) il singolo trainante, Pass It On. Intelligenti e bravi i Coral a sceglierlo. Se, come dicono, l’hanno scelto loro. Due minuti e poco più in cui si sintetizzano quasi tutte le influenze incontrate fin qui: il country, il western rock, il western-soundtrack, il blues, il jazz, il California style o come diavolo si chiama. Il tutto in una miscela progressive folk cullante e suggestiva. Esco una volta di più dal lato solo musicale per segnalare anche il bellissimo video che ha accompagnato il brano all’uscita.
L’album si chiude con Confessions Of A.D.D.D., acronimo che non so per cosa stia. Indeducibile dal testo della canzone, devono comunque essere le iniziali del personaggio descritto, un uomo che non aveva nulla di particolare ma che «sognava i bucanieri». E il pezzo è un rockettino bello lungo (sei minuti e mezzo contro i nemmeno tre minuti di durata media delle prime dieci canzoni), ricco di assoli, divagazioni… Gli strumenti emergono a turno, sulla stessa base di basso e batteria si alternano jazzisticamente prima le chitarre, poi i fiati, l’organo. Eccezionalmente, sono sovraincisi anche degli strani suoni in presa diretta che potrebbero far pensare a delle eliche (per altro, registrati in uno stereo sound molto marcato, per cui il suono continua a “spostarsi” da una cassa all’altra); e, anche qui, è un climax ascendente che alla fine si trasforma in un folk rock veloce e allegro di chitarre, fiati, suoni tutti insieme.
Grandissimo disco.

McA

D.E. S.I.C.A.

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