Musica Recensione Musicale

Michail Schwartz – Behind The Last

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Pro

Contro

Il cosiddetto new acoustic movement è quella corrente musicale che, a partire dall’album (non è vero, ma il titolo è troppo emblematico) Quiet Is The New Loud dei Kings Of Convenience, ha riportato in auge il pop folk rock acustico che dir si voglia, mettendo voci e chitarre al servizio del suono e dell’introspezione piuttosto che del rumore e dell’aggressività elettrica. Roba che aveva già trovato la sua massima espressione tra i quarantacinque e i quarant’anni fa, con Simon & Garfunkel, oppure Crosby, Stills & Nash prima ancora dell’arrivo di Young. Gli ingredienti erano: voci sovrapposte, testi poetici, melodie semplici ma solo in apparenza, armonie commoventi, chitarre pizzicate più che grattugiate.
Tornando al presente e restringendo il campo, la nostra cittadina ha avuto e ha il suo movimento acustico di tutto rispetto. Un nome su tutti: i Minimal Tuesday, poi Suez; più spostato sul folk rock, il già recensito progetto Deiv & Them; la bella voce femminile di Franziska Freymadl; gli emergenti Low Life Foundation, influenzati anche dalla new wave. E altri che, più o meno visibili, agitano il sottobosco del borgo nebbioso.
Alla schiera si aggiunge Michail Schwartz, ventenne, che esce direttamente con un vero e proprio full lenght: dieci pezzi più una traccia fantasma, cinquanta minuti di durata e tantissima carne al fuoco. La formula musicale è sì acustica, ma il suono è abbastanza ricco: ad accompagnare Michail (Miz) per tutto il disco sono l’armonica e il pianoforte di Davide Carotti, la batteria di Stefano Muchetti (in prestito dai Sydrojé) e le linee di basso di Alberto Cassenti (che di mestiere fa il difensore del metal con gli Slaves Of Fire), mentre gli assoli elettrici sono di Tommaso Cremonesi. Il discorso organico che emerge da Behind The Last sembra in larga parte influenzato dal periodo di un anno che Miz ha trascorso negli Stati Uniti, nell’ambito degli scambi culturali che si ha la possibilità di fare al liceo. L’esperienza lo tocca e lo spinge a scrivere, tanto che le tre tracce iniziali del disco si pongono subito come tre parti di un solo momento, quello della partenza. Because I’ll Be Leaving è un bel «vaffanculo» a falsi amici e affini: andarsene è anche un modo per lasciarsi alle spalle gente a cui la cosa non sembra interessare poi tanto. Farewell è invece un addio/arrivederci agli amici veri. Dopo la rabbia della prima traccia e la malinconia della seconda, si manifesta anche l’indifferenza di I Really Don’t Care, in effetti più piatta nell’impianto sonoro (arricchito solo dalle note di Davide Carotti al pianoforte), a suggerire la sottile apatia. Summer ’08 (All I Want To Do) è una canzoncina d’amore, abbastanza trascurabile, troppo “già sentita” e con un testo non all’altezza dei precedenti. Subito dopo, però, c’è Trash Down, che è la gemma del disco: un blues da localaccio che coincide con la mia visione di certa America (quella che mi piace, ed evidentemente piace a Miz). La storia è quella di una serata noiosa e di un pensiero improvviso, «I forgot I had to take my trash down», con il “papà” statunitense che piomba in camera di Miz e puntualmente lo redarguisce. Anche Spring, canzone di un amore deluso, suona più come un riempitivo (quando si hanno un sacco di cose da dire è dura sfrondare, ma bisogna sforzarsi di farlo), mentre si torna a livello con l’ottima In A Dream, scarna fino all’osso della forma base voce/chitarra (con qualche inserto che sembra… Xilofono?): un sogno comunista e libertario, che giocoforza richiama l’«I have a dream» di Martin Luther King e Imagine di Lennon: «Tonight I made a dream it was nice and full of colors it seemed real / It was about the world without any kind of war / There was people sharing things without the private property / Respect and nothing else, there wasn’t any difference of race». Al risveglio, però, ci si deve purtroppo confrontare con una realtà che è quasi all’opposto. Something (The Way You Smile) è la canzone d’amore senz’altro più convincente: parte ed è solo voce/pianoforte, cresce gradualmente, ha una melodia orecchiabile, un refrain da cantare tutti assieme dal vivo e un bel finale. Si va verso la chiusura con Thoughts, un (come si suol dire) duro atto d’accusa verso quell’altra America, quella che non piace né a Miz né a me. Tanti versi del brano iniziano con le parole «They make you believe», che ribaltano come un calzino le convinzioni dell’uomo medio statunitense, che si crede al centro dell’universo e non ha neanche una mezza idea di dove si trovino i Paesi che W. invade, anche se, intanto, almeno ai vertici, le cose sono cambiate (e Miz gira con l’adesivo di Obama in bella vista sulla chitarra. Concentriamoci sui lati positivi del nuovo corso, come l’epocale riforma sanitaria, ma speriamo a breve termine in qualche scelta umana anche nella politica estera a stelle e strisce). Girl I Know è scritta dall’amico fraterno americano di Miz, Spencer Martin, ed onestamente è poca cosa. Fine, anzi no: dopo qualche minuto di silenzio, c’è spazio per un grezzissimo frammento live, registrato negli Stati Uniti. Come neanche la peggio punk band marciona, il duo Miz/Spencer devasta …Baby One More Time, primo singolo schiacciasassi di Britney Lolita (anni prima del periodo sono-schiava-del-sesso, millenni prima del periodo sono-schiava-dei-farmaci, il mio preferito, quello di Britney Skinhead). Ghost track divertente (e dotata di un buon assolo!), ma anche evitabile, perché fa emergere impietosi tutti i limiti di Miz alla voce, limiti che purtroppo si erano già fatti sentire nel corso del disco.
Che altro dire? Miz scrive delle canzoni sempre oneste, a tratti buone, a volte proprio belle. Le sue esibizioni dal vivo si contano sulle dita di una mano. Per scelta, credo.
Registrazione e mixaggio BeatBazar d’ordinanza; splendida illustrazione di copertina di Matilde Lucini.

McA

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