Musica Recensione Musicale

Robert Plant – Band Of Joy

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Robert Plant - Band Of Joy

Essere dio a ventidue anni può comportare qualche problema. Tutti ti trattano come tale, i tuoi dischi sono al vertice delle classifiche, dall’Inghilterra hai attraversato l’oceano per andare a spiegare agli americani che si può suonare più forte, più duro, più a lungo, ergendoti a pioniere della splendente era del rock da stadio, con tutti gli eccessi hotelgroupiestici del caso. Insomma, si rischia di andare fuori di testa, e tu puntualmente ci vai: d’altronde, nonostante le pose da divinità greca, i boccoli biondi che fanno impazzire le ragazze e la voce, il fottuto grido primordiale di cui ben sappiamo, sotto sotto sei sempre un grezzone che vuole i soldi, la droga e le chicks (solo Lester Bangs ha capito la verità su di te, ma, per quanto influente, la sua rimane una voce isolata). Entri nell’Olimpo dei Pesi Massimi del Rock senza che nessuno dica «Ba». E ci mancherebbe.
È passato un quarantennio, e la tua epopea potrebbe ampiamente ristagnare in fondo al cassone dei ricordi. Hai sessantadue anni, essere dio a quell’età è decisamente più complicato. Ma ancora oggi, ed è un dato di fatto, ogni ragazzino che imbraccia una chitarra prova a suonare Rock And Roll o Whole Lotta Love, ogni giovane/vecchio della mia generazione ricorda con orgoglio l’acquisto del primo disco o della prima maglietta dei Led Zeppelin (io mi consacrai al tuo culto a diciassette anni, col tuo disco d’esordio, l’omonimo Led Zeppelin), e ogni uomo medio di provincia che, da sbarbino, abbia avuto la fortuna di impattare col rock, ti vuole bene con la complicità con cui si vuole bene al cugino che ti ha fatto conoscere le canne o i giornalini di donne nude.
Proprio per questo fatto, per il fatto che sei dio intendo, sei (per definizione) onnipotente! Tradotto: ti puoi permettere di fare il sacrosanto cazzo che ti pare. Tre anni fa hai collaborato con Alison Krauss, la dea del country paradisiaco, una che solo per la sua versione di I’ll Fly Away (contenuta nel film dei Coen Fratello, dove sei?) merita di essere raffigurata vestita di bianco, sdraiata su una nuvola, mentre canta e suona un violino le cui corde d’oro sono tutt’uno coi suoi capelli. E adesso esci con questo album solista, Band Of Joy, che trae il suo nome dal gruppo nel quale militavi assieme a quella bestia disumana che rispondeva al nome di John Bonham, prima, appunto, di diventare dio.
Ok, viste le premesse, non chiedermi di essere severo. Ti amo e non potrebbe essere altrimenti, ma credimi, i miei complimenti sono sinceri. Secondo me hai fatto l’ennesimo disco della madonna, dal quale, prima di tutto, emerge chiaramente che, ancor più sotto, sotto le grezzate da rockstar, ti è sempre interessata davvero la musica. La vivi e la respiri da tutta la vita: sarebbe comodo ritirarsi e dirigere una coltivazione di barbabietole da zucchero, e invece ti sbatti, componi, riarrangi, registri, lavori in gruppo, fai concerti. In questo caso, avvalendoti di un’ottima session band, ti sei chiuso in un paio di studi di registrazione di Nashville, Tennessee (già per questo dettaglio geografico parti in vantaggio), decidendo di andare alle radici della musica americana, rivisitando brani altrui e un paio di bellissimi traditional. Il risultato è uno splendido album, onestissimo nel suono, che riesce a essere coerente pur variando parecchio da un brano all’altro. Apri con Angel Dance, che forse (e non a caso, poiché è il singolo trainante del cd) è il brano più riarrangiato alla maniera folk zeppeliniana. Poi piazzi House Of Cards, delicata e granitica al tempo stesso. Central Two-O-Nine, unico brano dell’album scritto da te, assieme al chitarrista Buddy Miller, esprime tutto il dolore che sta dentro certa musica country e blues. Dalla lunga ed eterea Silver Rider, in un ideale salto al di qua dell’Atlantico, passi al clamoroso hard beat di You Can’t Buy My Love, con cui omaggi il quartetto di Liverpool, non solo nel titolo, ma anche nell’andamento scanzonato, con quella chitarra irresistibile, tutta in battere, e quel giro di basso distorto che quasi fa venir giù le casse del mio impianto. Prosegui con Falling In Love Again – anche qui il titolo tradisce le intenzioni ancor prima dell’ascolto – ed è il momento della ballatona in sei battute, un po’ doo-wop, come sapeva fare il tuo idolo Elvis; il suono è così genuino che si sente tutta la sporcizia della cordiera che vibra sotto ogni colpo di rullante. The Only Sound That Matters (l’apice del disco sta proprio in questo terzetto centrale) riprende atmosfere country e rock che mi fanno pensare a un mix di ⅓ Dolly Parton + ⅔ The Eagles. Le particolari atmosfere dark di Monkey sfumano nella stupenda Cindy, I’ll Marry You Someday, traccia nella quale si distingue chiaramente un rumore di fondo che mi fa immaginare la registrazione in presa diretta: per me è in questa canzone, un tradizionale tra gospel e bluegrass, con il banjo e la pedal steel in evidenza, che dai il meglio vocalmente. Sei grande in Harm’s Swift Way (finalmente un brano di cui conosco l’artista originale, Townes Van Zandt), pezzo che affronti in modo diretto e commovente, come credo farebbe Springsteen. Sei il solito adorabile figlio di puttana in Satan Your Kingdom Must Come Down: dopo aver flirtato per anni con occultismo, magia nera e stronzate esoteriche (sì, va bene, il tuo compagno Jimmy Page era ancor più intrippato, ma anche tu non scherzavi), adesso ti dai agli spiritual che parlano di Gesù che dichiara che il regno di Satana è destinato a cadere, ok, touché. Chiudi con la stonesiana Even This Shall Pass Away, quasi solo voce/batteria più qualcosa di contorno, senza rinunciare a quel po’ di ego che non guasta, al momento di sparare l’acuto finale con la traccia vocale in solitaria, per i tre secondi più cock rock dell’album.
Dopo aver aperto la custodia del cd, estraggo il booklet: sei stato tu stesso a curare il design della copertina, in verità non molto azzeccata, e sfogliando le pagine mi spiace constatare che mancano tue fotografie. Stacco allora il cd dal suo supporto, per inserirlo nello stereo, e invece eccoti lì sotto, preso di tre quarti, col sempiterno sorrisetto malizioso!
Riaverti con me è pura gioia, mr. Robert Plant.

McA

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