Cinema Recensione Cinematografica

Mean Machine

Mean Machine

Mean Machine

Un ex campione caduto in disgrazia che finisce in carcere… Una sfida tra detenuti e secondini… È su queste premesse che si basa Mean Machine, film che rimanda la memoria a Quella sporca ultima meta (Robert Aldrich, 1974).
Ma se il cult movie degli anni ’70 era ambientato negli Stati Uniti e la sfida in questione era giocata a football americano, in questa nuova versione si è optato per una prigione del Regno Unito e per il più inglese gioco del calcio. Danny Meehan, ex-capitano della nazionale inglese, perde soldi e successo dopo aver truccato la partita Inghilterra-Germania, provocando un rigore per gli avversari… Inoltre, come ogni calciatore sbandato che si rispetti, aggredisce a pugni, ubriaco fradicio, un poliziotto in un pub. La pena per lui è di tre anni di detenzione, da scontare nel carcere di Longmarsh.
Il direttore di questo penitenziario ha, infatti, fatto carte false per avere Meehan tra i suoi detenuti… Tutto questo perché vuole metterlo a capo della sua squadra di calcio, composta da soli secondini, che partecipa a un campionato dilettantistico.
Le guardie della prigione, per nulla entusiaste all’idea di farsi allenare da uno dei prigionieri, convincono Danny, a suon di botte, a rifiutare l’offerta.
La vita per Danny Meehan sta diventando un inferno… Da una parte un direttore capriccioso, che lo sbatte in isolamento ogni volta che rifiuta di allenare la squadra… Dall’altra i brutali secondini, gente dal manganello facile… E poi il carcere, popolato da individui furiosi e dal passato raccapricciante, come il Monaco, pluriomicida esperto in arti marziali, segregato in un’ala speciale di Longmarsh… Nitro, viscido doppiogiochista ex-fabbricante di bombe… Doc, il detenuto più anziano, che in un regolamento di conti uccise una bambina e da allora non si dà pace… E poi Sykes, famoso delinquente e boss del carcere, che perse una fortuna scommettendo su Inghilterra-Germania, per colpa del famoso rigore.
L’unica soluzione che gli rimane per togliersi dai guai è quella di formare una squadra composta da detenuti e di farla giocare come partita di allenamento pre-stagionale contro quella dei secondini. Grazie a questa mossa Danny riesce a ottenere il rispetto dei suoi compagni e di Sykes, che organizza un giro di scommesse sull’incontro in cui è coinvolto anche il direttore. Meehan comincia, così, il training dei suoi uomini, forse un po’ scadenti dal punto di vista tecnico, ma pronti a tutto per rifarsi, sul campo, di anni di soprusi…
Mean Machine arriva dagli stessi produttori di Lock & Stock – Pazzi scatenati (1998) e Snatch – Lo strappo (2000), in scena ritroviamo i già noti Vinnie Jones e Jason Statham.
Il regista Barry Skolnick, invece, è al primo lavoro sul grande schermo e ha un passato di regista pubblicitario. Bellissimo lo spot Umbro all’inizio del film.
Mean Machine è un film senza grandi pretese in fatto di colpi di scena o momenti carichi di drammaticità. La trama è sostanzialmente scontata e la regia, in generale, piuttosto piatta… La messa in scena e la fotografia non riescono a creare l’atmosfera di un carcere dove i soprusi dei secondini sono all’ordine del giorno, anzi, tutto risulta troppo pulito, a partire dalla cella di isolamento dove Meehan viene spesso rinchiuso.
Nonostante i difetti di stile, Mean Machine è un film stradivertente… I dialoghi sono ben scritti, fantastici quelli della telecronaca della partita… Bellissima la scena del combattimento tra Meehan e un detenuto, a polsi legati e bicchieri di Bourbon… Ben girate e ben montate anche le scene della partita, per le quali il regista ha preteso come attori solo ex-calciatori… Lo stesso Vinnie Jones ha un passato di professionista del pallone, avendo giocato nel Wimbledon… Infine semplicemente spettacolare il Monaco, portiere squilibrato della squadra dei detenuti, interpretato alla grande da Jason Statham, che sfodera facce da cattivo, colpi bassi e uscite furiose palla al piede per un personaggio di cui tutti, anche le guardie della prigione, hanno paura. Da vedere.

a cura di Roberto Badioni

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