Cinema Recensione Cinematografica

Coffee And Cigarettes

coffeeandcigarettes

Pro

Contro

Un po’ di storia
Innanzitutto ricostruiamo la storia della realizzazione del film, ché Coffee And Cigarettes non è un film la cui genesi si possa definire “normale”.
Nel 1986, Jim Jarmusch sta girando il suo Daunbailò, con Roberto Benigni e Tom Waits. Quelli del Saturday Night Live gli chiedono di realizzare un cortometraggio da mandare all’interno del programma. Pronti, risponde lui. Piglia Benigni e Steven Wright (poi visto, tra le altre cose, in piccole parti in film come Natural Born Killers di Oliver Stone e Le iene di Quentin Tarantino) e realizza l’originale Coffee And Cigarettes, chiamato poi Strange To Meet You in questo film e presentato come primo degli undici episodi.
Nel 1989, Jim Jarmusch sta girando il suo Mistery Train, e si trova a Memphis. Prende due attori del suo film, Steve Buscemi e Cinqué Lee, aggiunge la sorella di quest’ultimo, Joie Lee, e realizza Coffee And Cigarettes: Memphis Version, che nel film assume poi il titolo di Twins.
Nel 1992, Jim Jarmusch gira un terzo cortometraggio nel nord della California. Questa volta si serve di due che di lavoro fanno il rocker e il bluesman, cioè Iggy Pop e Tom Waits. Il titolo è Coffee And Cigarettes: Somewhere In California (nel film comparirà semplicemente come Somewhere In California). Vittoria a Cannes 1993, con la Palma D’Oro di Migliore Cortometraggio.
Tornando a New York, Jim Jarmusch realizza altri due corti in un solo giorno: Renée (con Renée French e E.J. Rodriguez) e No Problem (con Alex Descas e Isaach De Bankolé, protagonista del jarmuschiano Ghost Dog nel 1999).
Gli altri sei episodi sono stati girati in un paio di settimane all’inizio del 2003.

Che cosa dire?
Questo film è come un cd di undici canzoni. Anzi: questo film è come un concept album di undici canzoni.
Il filo logico che unisce gli episodi è solo in superficie quel bianco/nero su pellicola e nel nero del caffè, nel bianco delle sigarette (del fumo che sprigionano, spiega lo stesso Jim Jarmusch), o degli scacchi che puntualmente appaiono in ogni corto (nella maggioranza dei casi sulle tovaglie dei tavoli, altrimenti sui muri o sui divani, o anche direttamente sulle tazze di caffè). C’è, senz’altro, di più: ed è una sensazione di organicità di un discorso, organicità spezzettata finché si vuole, fino quasi al punto di non poter più essere considerata tale; ma il limite non viene superato, e il filo logico non si spezza. Anche dove gli attori/personaggi (dove finiscono gli uni e cominciano gli altri?) sembrano veleggiare in preda al delirio da caffeina (molto più “morbida”, invece – mi pare di poter dire – la “condanna” delle sigarette, ammesso che di “condanna” si possa parlare), in realtà stanno rispondendo, con un tremito delle palpebre o una frase apparentemente sconclusionata, a una domanda o a uno spunto lanciati da qualche altro personaggio in un altro episodio. Assolutamente geniale mi è parsa la scelta di non demarcare, bensì di lasciar sfumare, il limite tra ciò che gli attori del film sono nella vita, e ciò che invece nasce, fosse un interesse o una professione campata per aria, appositamente nel mondo “sciallo vs iperteso” di Coffee And Cigarettes.
Fantastico l’avvertimento del surreale in momenti come quello di Champagne, in cui viene tirato fuori dal nulla, e liquidato in una riga di sceneggiatura, l’argomento centrale di Jack Shows Meg His Tesla Coil. Una para mentale di un personaggio può significare quanto di più concreto in un altro micromondo; le cose più comuni della vita (una visita dal dentista, un brindisi…) danno luogo a sviluppi incredibili o, se verosimili, comunque poco probabili. Lungi quindi dall’essere film “realista”, Coffee And Cigarettes è una continua celebrazione del mondo del cinema come territorio fantastico/fiabesco, a partire dal linguaggio palesemente out (il bianco/nero, l’accelerato in alcuni punti, i piani lunghi), per arrivare alla narratività irreale/surreale/a-reale.
La colonna sonora di accompagnamento, non invasiva, musicalmente ottima, non si sottrae, di pari passo agli undici corti, al gioco dei rimandi episodio-episodio-attore-artista-musica-cinema: la celeberrima Louie Louie compare sia nei titoli di testa, nella versione originale di Richard Berry And The Pharaohs, sia nei titoli di coda, questa volta interpretata da Iggy Pop; Iggy Pop, che recita in Somewhere In California, cantava nei detroitiani The Stooges, la cui Down On The Street si sente nel bar dell’episodio con i detroitiani The White Stripes, che del gruppo guidato da Iggy sono eredi naturali…
E così via, per un bel film, poetico, divertente, girato in modo impeccabile, e amalgamato da quel bianco e nero che non fa distinzioni, il 1986 come il 2003, Parigi come New York, Elvis come Tesla, Bill Murray sempre e solo Bill “Inculafantasmi” Murray.

McA

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