Cinema Recensione Cinematografica

Avatar

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1994. Steven Seagal vince il premio come peggior regista per Sfida tra i ghiacci. Nello stesso anno James Cameron comincia a stendere le prime ottanta pagine di Avatar. Centinaia di milioni di dollari dopo…

«Avatar? Kolossal copiato dai russi»*.
Con questo improbabile titolo tra le improbabili pagine culturali del Corriere si apre un improbabile articolo su Avatar. La notizia di per sé è vecchia, ma forse è stata volutamente tenuta in caldo per questa storica (?) anteprima universale o, più semplicemente, come al solito, le principali testate italiane arrivano leggermente dopo l’ultima delle peggiori free press da metropolitana.
Il pretesto è una fantomatica accusa russa sulla dubbia originalità dell’opera e sul plagio che Jimmy Cameron avrebbe commesso scrivendo la sceneggiatura. L’articolo mercenario, però, non si spreca a sottolineare le spettacolari coincidenze tra la saga sci-fi (i russi sono i padri e padroni indiscussi del genere, tra l’altro) e il parto di Cameron. L’obiettivo è dare voce al regista/autore per offrirgli un’altra possibilità di réclame, e infatti Cameron difende il suo lavoro.
La vera notizia, però, per chi ha visto Avatar in anteprima, è l’ostinata visione che Cameron vuole dare del suo film. Certi commenti (anche se siamo ormai assuefatti alla continua autocelebrazione e autoreferenzialità di questa nostra epoca) lasciano davvero basiti e senza parole.
«Originale», «nessuna ispirazione», «nessun libro e nessun film presi ad esempio», «quindici anni di lavoro e di scrittura», addirittura ottanta pagine scritte di suo pugno già nel 1994 (nota bene: i russi scrissero la loro saga di Pandora, dei Na’vi e del paraplegico tra la fine dei ’60 e i ’70). Cameron non ha mai brillato per senso del pudore, ha sempre gridato con estrema facilità al capolavoro. Ciò non significa che ci si debba abituare.
La pellicola non è altro che un insieme di citazioni e di rimandi.
Esattamente venti secondi dopo i titoli di coda, tra gli unici nove spettatori è scoppiato un dibattito spontaneo sulla mole di riferimenti al cinema e alla letteratura. Avatar, dalla storia alla messa in scena, è un fiume in piena già visto e già letto. Non c’è un secondo di film che sia vagamente originale.
Il soggetto, in ogni meandro dello sviluppo della sua sceneggiatura, è un maelström vorticoso di fatti storici e letteratura antica: c’è Cooper, c’è Chateaubriand e soprattutto c’è cinema. Dalla fantascienza al peggior b-movie.

A questo punto diviene però necessario valutare il lavoro attraverso la sua collocazione nel genere al quale appartiene e dividere questa “mari e monti” tra plot e messa in scena.
Avatar è a mio parere un film epico, pertanto si nutre dei meccanismi e dei topoi epici. Ciò significa che lo spazio d’azione per una mimesi decente è fortemente limitato dal simbolismo e dalla schematicità tipici del genere. Accusare l’epica di basarsi su luoghi comuni sarebbe come contestare alla mitologia l’improbabilità delle sue storie. Inoltre, l’epica campa per sua natura su poche frequenti strategie narrative e su ancor meno tipologie di personaggi. Anche la stessa epica moderna, che non è altro che un marginale aggiornamento dell’epica classica, non può certo liberarsi dei limiti che il genere fisiologicamente ha. È quindi inutile pretendere che l’approccio al nativismo di Kevin Costner in Balla Coi Lupi sia diverso da quello di Sydney Pollack o degli annalisti romani.
Avatar non fa eccezione: dopo un primo senso di déjà vu, è doveroso saper mediare e saper attribuire i limiti al genere e agli argomenti, e non solamente alla sceneggiatura.
Parlando di intreccio, di dialoghi e di personaggi le cose però cambiano, e si precipita tra il disarmante e il ridicolo. Ci sono personaggi con lo spessore di un cartone animato. Il comandante della base, vestito, pettinato, sfregiato e con il vocabolario di un G.I. Joe. Gli scienziati nerd, eccitati come ragazzini davanti a parole come gnoseologia. Oppure l’alieno indigeno alpha dog del gruppo, che rifiuta il nuovo arrivato e che vorrebbe fargli la pelle, se il vecchio saggio capo tribù non lo tenesse a bada, e che però, nel momento macho della battaglia finale, riconosce il valore guerriero dello straniero. Di esempi se ne potrebbero fare per due ore e quaranta minuti di film.
Più forte, però, è la delusione scenica che Avatar provoca. Se cibarsi di grandi miti o storie classiche può essere giustificabile, ciò che invece risulta indigesto in una maxiproduzione come questa è l’assenza di originalità nelle varie caratterizzazioni dell’ambiente, della tecnologia, della natura e soprattutto della fisionomia aliena, della cultura e dello studio degli indigeni alieni, copiati dalle fotografie di Leni Riefenstahl o Martin Schoeller.
James Cameron, nelle sue numerose interviste come nei vari commenti dei suoi compagnoni hollywoodiani, continua ad autocelebrarsi come il creatore di una pellicola dalla forte potenza innovatrice e dalla forte spinta immaginifica, promesse che il film in realtà non mantiene: balle pubblicitarie che affondano le loro radici solo nella scarsa memoria del pubblico o nella totale balìa di informazione che assilla gli spettatori deboli assetati di cult movie da amare.
È impossibile, per una mente lucida, non vedere cose già viste, non sentire battute già sentite (i primi minuti, così Platoon, sono a dir poco imbarazzanti, come lo sono i briefing con tanto di proiezioni olografiche alla Guerre stellari o le montagne sospese).
L’unica cosa che rimane è l’immagine.
Se si amano le ricostruzioni digitali e il 3D, il film è davvero d’impatto. Nonostante tutto, le due ore e quaranta passano, tra esplosioni e spettacoli naturalistici alla Ansel Adams, ma – come dice McA – siamo tornati al 1895, ai tempi in cui una locomotiva proiettata su un lenzuolo era talmente realistica da far scappare le persone dalla sala. Ma quello non era cinema, il cinema è altro… Ci vogliono almeno due stronzi che si bagnano con la canna dell’acqua. Giusto per cominciare.

* Paola De Carolis, Corriere della Sera, venerdì 15 gennaio 2010, p. 57.

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Alfredo Traps

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