Cremona Musica

Heavy Metal Thunder

Luppolo in Rock, 21-22-23/07/2023

È un altro coro unanime di elogi e plauso, quello che si leva dal popolo dell’heavy metal – e dintorni – dopo l’edizione 2023 di Luppolo in Rock, che per tre giorni, dalla metà del pomeriggio e fino a notte inoltrata, ha portato a Cremona un cartellone di band una più fica dell’altra, condendo l’insalata con azzeccati dj set, ottima birra artigianale e, soprattutto, la consueta atmosfera festaiola a cui il festival ha abituato le migliaia di persone che lo vivono. Partendo dalla fine, mi viene da pensare che il futuro più radioso di una manifestazione del genere non stia nell’eventuale ricerca di artisti di sempre maggior richiamo, con conseguente aumento del pubblico eccetera. Cioè, potrebbe stare anche in quanto ho appena scritto, ma in realtà l’importante – dal mio punto di vista – è che lo spirito originale di tutta la faccenda non vada perduto. Per fortuna, la maratona del 21, 22 e 23 luglio al Parco delle Colonie Padane non mi ha dato alcun motivo per vacillare nelle mie sensazioni. E poi, parlando puramente del bill, posso dire: che culo! Ho gusti musicali ampi abbastanza per gradire la programmazione di proprio tutti e tre i giorni del Luppolo, che, per farla breve, ha previsto un brillante venerdì all’insegna dell’hard rock con venature glam e vecchia scuola, un sabbatho da paura per amanti dell’heavy metal classico e una domenica squassante dedicata a diramazioni estreme di varia natura.

Venerdì 21 luglio
Arrivo con adeguato anticipo: ho dunque il tempo per salutare con agio Fabio, Thunder Head e Silvia – custodi delle porte della percezione che separano l’area ad accesso libero da quella a biglietto – per poi dirigermi con calma in zona mixer – dove faccio due chiacchiere con Elmo della squadra tecnica – e, in seguito, sotto il palco. Scattata la doverosa foto di rappresentanza assieme a Fabio, sono pronto – assieme a qualche centinaio di già presenti – per i torinesi Dobermann, power trio a cui spetta il ruolo di prima delle 14 band che si alterneranno complessivamente sul palco unico del festival. Leggendo le note biografiche sul loro sito ufficiale, un dato mi lascia di sasso: in una dozzina d’anni di attività, i ragazzi hanno alle spalle oltre 900 concerti, parecchi dei quali all’estero. È qualcosa di fuori scala, sia nell’underground sia fuori da esso. Sono ritmi à la Ramones, peraltro sostenuti senza agenzia né management, se non per sporadici periodi. Tanto di cappello, tanto per cominciare. E, indovinate un po’, la band spacca: il leader Paul Del Bello – cantante e bassista: una versione glamster di Lemmy – ha un’esperienza ultraventennale anche su palchi importanti, avendo suonato in maniera stabile con gente del calibro di Adam Bomb e addirittura, per qualche data, con Steven Adler dei Guns N’ Roses. Il feeling di Paul con il pubblico e con gli altri due è più che rodato: dal punto di vista dell’attitudine sul palco, com’è lecito aspettarsi, il vero pavone della band è il chitarrista Ritchie Mohicano, una specie di Slash prima maniera: da un lato, glitter; dall’altro, blues. E appunto: se vi piace lo sleaze rock, la roba anni Ottanta capellona, stradaiola ma non troppo pesante, adrenalinica – Antonio Burzotta fa viaggiare la batteria – e votata all’intrattenimento anche dell’occhio, i Dobermann fanno per voi. Mi pare che la più recente produzione in studio – in particolare l’album Shaken To The Core – riesca a catturare la botta sonora che il terzetto sprigiona dal vivo meglio di quanto avvenuto nei dischi precedenti. Come un novello Gene Simmons, nel finale Paul si esibisce in un numero circense da sputafuoco, disegnando nell’aria un cerchio fiammeggiante e infilzando la torcia ancora accesa in una base al centro del palco, per poi mitragliarci con il suo basso nella migliore tradizione del rock’n’roll più rumoroso e scriteriato. Non c’è che dire: la pietanza d’apertura è stata gustosa. Una canzone: Stiff Upper Lip.

Ah, cara vecchia Svezia, quante band ci hai regalato, dall’hard rock’n’roll al death metal, dal garage punk agli ABBA, l’unica band dal nome palindromo ad aver piazzato una hit dal titolo palindromo, SOS, nel genere palindromo, il pop. E non è forse vero che sulla copertina del loro recente album Voyage appare l’immagine di un’eclisse? Certo, ed ecco allora servito un collegamento forzato agli Eclipse, da Stoccolma, band di alto livello e di ottimo seguito tra chi ha la passione per l’hårdrock (in svedese si scrive così) e l’hair metal. Attivi dai tardi anni Novanta, gli Eclipse sono parecchio album oriented – anche troppo – per essere scandinavi: si trovano a loro agio con i riffoni duri ma anche con le power ballad vicine all’arena rock, che il pubblico (che già quasi riempie il piazzale) dimostra di godersi alla grande. Il cantante e fondatore Erik Mårtensson, animale da palco con i fiocchi, si sbatte non poco nel caldo del tardo pomeriggio: copiose goccioline gli imperlano il viso dietro gli occhiali da sole. Devo però rilevare che la mia attenzione è spesso catturata dal bassista Victor Crusner, da pochi anni nel gruppo, un ragazzone dalla faccia d’angelo che si presenta sul palco indossando una t-shirt bianca con sopra stampata la copertina di No Control dei Bad Religion – scelta consapevole, senza dubbio – e che non sta fermo un momento mentre suona: di sicuro è anche grazie alla sua presenza che il concerto risulta così godibile e divertente. A riprova del motto De gustibus non est disputandum, gli Eclipse sono la classica band che propone un genere che può risultare stucchevole ai cultori solo e soltanto dell’area più oscura o malvagia – o anche solo seria – del metallo pesante e che, per contro, può entusiasmare chi ama anche la melodia, gli accordi in maggiore e la presa bene generale. Personalmente faccio parte della seconda categoria, ma non è questo il punto: il fatto oggettivo è che ci troviamo di fronte a gente capace di suonare, tenere un palco grosso e coinvolgere un pubblico corposo. Il momento più memorabile arriva in coda allo show: Erik desidera introdurre il pezzo Viva La Victoria, clamoroso singolo tratto dall’album Paradigm, del 2019. Nella migliore tradizione del rock da stadio, suggerisce: «Viva la…» e ci rivolge il microfono, con l’intenzione di far completare a noi il titolo del brano. Dopo il terzo tentativo e dopo aver ricevuto per tre volte in risposta un fortissimo, trionfante e unisex coro: «…figa!!!», il singer desiste e corregge l’annuncio. Alé per gli Eclipse, alé per il rock ruffiano! Una canzone: Saturday Night (Hallelujah).

La pausa tra ciascuna band e la successiva, di durata fissa di mezz’ora, consente a gran parte delle persone meno maniache di me di rilassarsi nell’ampia area del Parco tra gli stand dei dischi e dell’oggettistica e quelli enogastronomici, mangiando qualcosa o assaggiando le ottime birre artigianali che Il Regno del Luppolo procaccia all’orda metallara che invade pacificamente le Colonie Padane. Nel mio caso, però, ammetto di non voler lasciare la postazione di transenna che ho guadagnato senza fatica nel pomeriggio, dando il cambio a Caber, ed è ancora da lì che mi godo il terzo, strepitoso spettacolo della giornata. Senza lasciare la Svezia, dalla cittadina di Upplands Väsby – sempre nella contea di Stoccolma – provengono gli H.E.A.T (attenzione all’acronimo, che lascia la finale senza punto). Un combo hard’n’heavy come Satana comanda, guidato da chitarre hair e glam al punto giusto e soprattutto dalla sensazionale voce di Kenny Leckremo, cantante originario del gruppo, rientrato nei ranghi da qualche tempo dopo una pausa durata per tutti gli anni Dieci, pausa durante la quale il suo ruolo è stato ricoperto da quell’Erik Grönwall che adesso milita negli Skid Row, per dire, eh. Nel pomeriggio scherzavo con quell’appassionato di grunge di Elmo sulla – per lui inaccettabile – tendenza di certo heavy metal ad autocelebrarsi. Esempio principe: gli Iron Maiden che dal vivo vestono t-shirt degli Iron Maiden. Ma sono i Maiden, loro possono! O almeno, così la penso io, che sono comunque salvo, visto che sfoggio una maglietta delle Aptera, oscura band femminile di formazione berlinese, che vede in quartetto una cremasca, una brasiliana, una belga e una statunitense. Alla fine del concerto degli Eclipse avevo già scritto a Elmo per informarlo – in caso non se ne fosse accorto – che il batterista degli Eclipse indossava una canottiera degli Eclipse. La divertita disapprovazione del mio amico può essere adesso oltremodo sollecitata: gli H.E.A.T sono dei professionisti assoluti della specialità. La postazione di Jona Tee alle tastiere è circondata da un’impalcatura del tutto ornamentale di tubi d’acciaio, decorata da una grande targa metallica da cui emerge il logo della band, intagliato al laser (credo). A sorpresa, scopro poi, tutte le aste dei microfoni sono personalizzate: il lato della base che poggia per terra è sagomato con il grande stemma H.E.A.T e ingranaggi dentati vari, che è il motivo per cui Kenny solleva l’asta in continuazione e la fa roteare con il basamento rivolto in direzione del pubblico. Io mi credo tamarro, ma così è troppo anche per me! Leckremo non è solo un cantante eccezionale, ma un frontman da urlo a 360°: i lunghissimi e liscissimi capelli color grano, la piccola statura e i tratti somatici lo fanno assomigliare a Bruce Dickinson, ma la vicinanza al leggendario vocalist degli Iron Maiden sta ancor più nella capacità di cantare alla perfezione e intanto agitarsi in maniera pazzesca, correndo da una parte dall’altra del palco, saltando sulle spie, dialogando con l’audience – esilarante il passaggio in cui si dà del coglione da solo per essersi messo il giubbetto di pelle e fa una fatica boia per liberarsene, appiccicato com’è – e facendo sembrare tutto una passeggiata, quando è chiaro che invece sta fornendo una prestazione di rara intensità. Il concerto vola via tra un pezzo spaziale e l’altro, senza il minimo calo di tensione: a tratti, sembra di avere davanti gli Europe dell’86. Se non avete visto gli H.E.A.T al Luppolo, tenete d’occhio le date e recuperateli dal vivo appena possibile. Una canzone: Back To The Rhythm.

«Che f…regna», non si trattiene dal commentare – con tono innamorato – l’amica Veronica, alle mie spalle, rimirando lo stendardo gigante che appare a fondo palco prima del main act della serata. Al centro dell’illustrazione, in marcia alla guida di una decina di metalheads urlanti, c’è Doro Pesch, la leggendaria cantante tedesca dei Warlock negli anni Ottanta, da decenni impegnata in una soddisfacente carriera solista sotto il semplice nome di Doro. L’anno prossimo, la ragazza spegnerà 60 candeline, ma l’energia e l’attitudine spread the love che la caratterizzano nel rapporto con la devota fanbase sono ancora quelle della ventenne. Sorridente e divertita per tutto il proprio set, inguainata in abiti di pelle nera e borchiata all’inverosimile, Doro sfodera le corna a ciclo continuo e si concentra sull’alternanza tra ottimi pezzi della sua produzione recente e brani del repertorio Warlock, che mi sembrano infiammare la platea in maggior misura. La band suona parecchio bene: del tutto a suo agio nel mettersi in mostra, il chitarrista statunitense-brasiliano Bill Hudson fa il ganassa a dovere mentre si rimbalza il ruolo di rilievo con l’altro asso della sei corde, l’olandese Bas Maas. La domanda che la Metal Queen ci rivolge più volte è se vogliamo ascoltare un po’ di «old school metål» (attraverso la trascrizione fonetica provo a trasmettere il retrogusto crucco nella sua pronuncia); la risposta scontata è affermativa, e quindi via con pezzoni warlockiani quali I Rule The Ruins, Earthshaker Rock, Burning The Witches, Fight For Rock e la trascinante All We Are, che chiama il pubblico a intonare in coro il semplice refrain. La cover che non mi sarei aspettato e che mi ha fatto molto piacere ascoltare è Breaking The Law, dei Judas Priest, che Doro ripropone – a mio giudizio – per posizionarsi come una di noi, una che innanzitutto è fan dell’heavy metal alla vecchia maniera, al di là del fatto di essere musicista. L’attacco del brano più noto della band di Rob Halford viene rivisitato in chiave lenta e raccolta, come fosse una ballata intimista, per poi esplodere nella celebre galoppata di acciaio britannico che ogni singola persona presente ben conosce. Si canta, si agitano i pugni, si alzano le corna al cielo. Figata, così come è figo un altro elemento classic che si colloca poco oltre la metà del concerto, cioè l’assolo di batteria a cura del fantasioso Johnny Dee, consumato drummer, coetaneo di Doro. Al termine dello show, la cantante di Düsseldorf – che non si è risparmiata per niente – è subito assistita da un roadie, che la avvolge in un accappatoio nero. Poco dopo scoprirò che è salita al volo in furgone per essere accompagnata in albergo, stroncando sul nascere le eventuali velleità di cacciatori di foto come il sottoscritto. Peccato, ma la mossa è legittima e comprensibile, a maggior ragione dopo una prova di tutto rispetto come quella a cui abbiamo appena assistito. Ah, l’ho notato e quindi è giusto scriverlo: Doro portava la fibbia della cintura di… Doro. Grandissima! Una canzone: All For Metal.

Il venerdì live è alle spalle: è il momento di decomprimere, scambiando due parole con le tante persone avvistate solo dopo la fine dei concerti (come Portio, la Zamba, Gigi e Michela, onnipresenti, che becco assieme a Fabio), gustare un paio di Festbier – scendono che è una meraviglia – e spostarmi verso la zona ad accesso libero, dove chi vuole tirare le ore piccole può farlo ogni notte in piacevole compagnia di potenti dj set a volume bello sostenuto. Ad aprire le danze è Nyva, dell’emittente web Rock‘N’Roll Radio, che è media partner del festival. La dj va sul sicuro infilando una succulenta selezione di successi metallici intramontabili, davanti a un drappello di irriducibili. Vado a letto con poca voce e molta soddisfazione.

Sabato 22 luglio
Uno dei migliori acronimi – per quanto impronunciabile – partorito da mente umana è NWOBHM. Suppongo che molte delle persone che leggeranno le presenti righe sappiano scioglierlo senza difficoltà, ma Cremonapalloza non è una testata di settore e quindi non diamo le cose per scontate: significa New Wave Of British Heavy Metal – lo metto in maiuscoletto, così da accrescerne il tasso di solennità – ed è uno snodo fondamentale per l’evoluzione della musica con le chitarre pesanti. In sostanza, alcune band britanniche – nate attorno alla metà o nella seconda parte degli anni Settanta – si sganciarono sempre più dalle radici hard rock a base blues dei mostri sacri che le avevano influenzate, introdussero nuovi elementi, non solo prettamente musicali (come la velocità ritmica e di esecuzione) ma anche attitudinali e nella scrittura dei testi, e dettero così vita alla corrente – anche nel senso elettrico del termine – di cui sopra. L’introduzione non è oziosa, spero, perché il sabbatho del Luppolo vede in cartellone due gruppi che della NWOBHM sono straordinari protagonisti e, in maniera simmetrica, la giornata comincia con due band nostrane del tutto omologhe nella categoria. Lo stendardo dei marchigiani Scala Mercalli, in tal senso, è emblematico fino al didascalico: sopra e sotto il logo campeggia la scritta New Wave Of Italian Heavy Metal, con tanto di tricolore a riempire le lettere della parola Italian. Attiva da oltre tre decenni, la band di Fermo si presenta sul palco in pesanti uniformi militari della Prima guerra mondiale, il che è già una dimostrazione di grande cuore, alle 17:15 e con l’impietoso sole cremonese di luglio in faccia. L’impianto tematico della produzione più recente degli Scala Mercalli si riferisce proprio alla Grande guerra, a cui è dedicato l’imminente concept album in uscita a settembre. Detto che il tema bellico è purtroppo una fonte d’ispirazione inesauribile – visto il gorgo di conflitti attraverso cui (parte del)la razza umana ce la mette tutta, da sempre, per estinguersi – e che la retorica del soldato su di me fa poca presa, devo dire che gli argomenti dei brani non si fermano solo e soltanto alla storia e alla guerra, come nella canzone Be Strong, per dirne una. Tornando però ai riferimenti principali per le lyrics del gruppo, nell’attitudine degli Scala Mercalli trovo un patriottismo sincero che non mi pare sfociare nel nazionalismo. Sostenitori di Garibaldi e del Risorgimento, desiderosi di ricordare chi ha versato il sangue per l’Unità, Christian Bartolacci e sodali portano in concerto un discorso organico, suonando bene, cantando sia in inglese sia in madrelingua, interagendo con un pubblico ricettivo e aggiungendo quel tocco di esagerazione che non guasta: sul palco è presente un cannone – coperto dall’immancabile bandiera italiana – che alla fine viene sì utilizzato, ma per cementare la fratellanza con il pubblico. Bravi! Una canzone: Ace Of Aces (Francesco Baracca).

A proposito di fratelli, stavolta in senso letterale e biologico, lo show che segue è quello degli Ancillotti, formazione di carriera poco più che decennale ma di esperienza ampiamente consolidata nella scena della penisola. I fratelli Bud e Bid Ancillotti sono la voce e il basso del gruppo, con Brian – figlio di Bud – dietro i tamburi; il solo non consanguineo – ma considerato un fratello aggiunto – è il chitarrista Ciano Toscani. Mea culpa, non conosco i loro dischi e perlomeno adesso li vedo per la prima volta in concerto, nonostante siano più volte passati da queste parti e abbiano stretto un rapporto di amicizia con la Family del Luppolo in Rock, oltre ad aver già suonato al festival (caso rarissimo, vista la sua relativamente giovane storia): la prima volta era stata nel 2019. Sin dalle battute iniziali, gli Ancillotti ricevono grande sostegno dal pubblico delle Colonie Padane, sostegno che meritano senza discussioni: affamati di palco come fossero dei ragazzini, i quattro ci regalano quello che – a conti fatti – risulta un altro concerto da guerrieri, combattuto da una trincea oltrepassata la quale si trovano però solo linee amiche. Esiste in effetti tutto un fil rouge battagliero che collega alcuni dei pezzi che vengono eseguiti, e lo si intuisce già a partire dai titoli: Firewind, We Are Coming, Revolution, Warriors. Parimenti, esiste un topos celebrativo tramite il quale gli Ancillotti si ergono a paladini della comunità che vive e respira la musica dura, da Bang Your Head al brano manifesto Legacy Of Rock. Se letto in una chiave simile, il concerto diventa in un certo senso un grande ritrovo di anime affini, riunite dalla passione per un ambito sonoro che – sto considerando una linea di tendenza, con l’ovvio difetto della generalizzazione indiscriminata – sembra di questi tempi appassionare nicchie sempre più ristrette, quelle che ormai definiamo trve, si spera con un pizzico di autoironia in quella vu malandrina. E allora – adesso sono molto serio – ben vengano isole felici come Luppolo in Rock, ben vengano gruppi come gli Ancillotti. Una canzone: Broken Arrow.

È il momento degli ospiti internazionali: nella fattispecie, laddove il venerdì ha dato spazio a nomi svedesi e tedeschi, il sabato è prettamente inglese. Delle cinque band di cui si compone il programma, la terza è la sola a non guardare a territori heavy classici, quanto piuttosto al sottogenere progressive che tanta fortuna ha riscosso e continua a riscuotere – sia nel rock sia nel metal – presso il pubblico italiano. Si tratta degli storici Threshold, inglesi del Surrey, in attività dai tardi anni Ottanta; il sound del gruppo è descritto con puntualità dal nome, che si traduce con Soglia, a rimarcare le possibilità che la formazione britannica si dà di valicare i confini tra stili, entrando e uscendo da questo o quel territorio sonoro, superando deleteri steccati mentali. Unico membro fondatore ancora presente nella band è il chitarrista Karl Groom, senza dubbio punta di diamante del quintetto. Desta attenzione alla batteria la presenza di Johanne James, non solo perché – per sua natura – il prog offre spesso spazio a parti ritmiche fantasiose e accenti inusuali, e ciò porta l’occhio a seguire in maggior misura che cosa succede dietro i tamburi, ma anche perché il drummer (peraltro mancino) è il birthday boy della giornata: festeggia sul palco i suoi 63 anni, portati benissimo. Com’era accaduto il giorno prima con gli Eclipse, però, è il bassista a catalizzare la mia attenzione: la presenza scenica di Steve Anderson è sobria, direi elegante, per larghi tratti del concerto. Un fascino non semplice da spiegare promana dal musicista, forse per come pizzica le cinque corde del suo strumento, con un coinvolgimento che dona temperatura a un amalgama che altrimenti – come da copione, quando si parla di certo progressive – potrebbe prestare il fianco ad accuse di freddezza. Nel caso dei Threshold, a conferire ulteriore calore all’alchimia pensa la voce di Glynn Morgan, che – dotata di un timbro notevole – passa con sorprendente scioltezza da un registro all’altro. Insomma, la sintesi della band è sì prog, ma non troppo nerd: mette al centro le canzoni e non i virtuosismi, l’efficacia e non la leziosità, e le secche legnate di rullante di James contribuiscono alla causa. Per parafrasare la favoletta di Esopo ripresa dal Manzoni, i Threshold rischiavano di essere il proverbiale vaso di coccio tra quattro vasi di ferro. Non è successo. Diploma di dottorato in tempi dispari e applausi! Una canzone: Lost In Translation.

Non è un festival come si deve se non si fa amicizia all’istante con degli sconosciuti, vicini di concerto. Mi succede sempre e stavolta mi succede appena mi rigiro verso il pubblico, dando le spalle al palco e appoggiandomi contro la transenna. Conosco così Emanuele e Valerio, che – come tante altre teste calde, malate di metal – arrivano da Roma (!) e si sono fatti il loro mezzo migliaio di chilometri sulla fiducia, venendo a comprare i biglietti all’ingresso del Luppolo, come fossero usciti di casa per andare al cinema di quartiere. E se in giornata si fosse registrato il sold out? Avrebbero vissuto una delusione cocente, in tutti i sensi. È andata bene, dai. Leghiamo da subito, come dicevo, e – tra una battuta e l’altra – non posso rinunciare al mio (microscopico) ruolo di megafono dell’underground: ne approfitto allora per consigliare ai due l’ascolto del gruppo che porto sulla mia t-shirt, cioè i Supersonic Deuces, adrenalinica action rock band al fulmicotone di loro concittadini, che ho visto meno di un anno fa esordire in casa al Let It Beer, un piccolo locale sulla Tiburtina. Ripensandoci, Emanuele e Valerio hanno sì attraversato mezzo stivale, spinti però dal desiderio di vedere un paio di grandi e storiche band dell’heavy metal inglese; io mi sono fatto Cremona-Roma (apposta) per non perdermi l’esordio dal vivo nella propria città di una gang capitolina davanti a un grappolo di fusi di testa. Messi i due pesetti sui piatti della bilancia della follia, credo di vincere lo specifico confronto.
Passa così la mezz’oretta che ci divide dal primo nome veramente mitologico del sabato. Sono inglesi; sono la band dei fratelli Gallagher; il nome del gruppo conta cinque lettere. Esatto, la soluzione è proprio quella a cui state pensando: parlo dei Raven! Vera istituzione dello sferragliante heavy metal albionico, il trio di Newcastle vede da sempre in prima linea quei pazzi di John Gallagher (voce e basso) e di suo fratello Mark Gallagher (chitarra): un altro affare di famiglia, nel sabato del Luppolo! Il prossimo anno, la band festeggerà addirittura il mezzo secolo dalla fondazione. Il terzetto è completato dallo statunitense Mike Heller, ultimo di una sfilza di batteristi che manco gli Spın̈al Tap. Il tour in corso promuove il recentissimo lavoro All Hell’s Breaking Loose e intanto celebra il quarantennale di All For One, disco datato 1983, il cui titolo svetta nel semplice stendardo che ancora riporta lo stesso, spartano e artigianale logo – con il fulmine sopra la vu centrale – che il gruppo ha disegnato alle sue origini e non ha mai più cambiato. Anche se vedere un microfono ad archetto nei concerti mi darà sempre l’orticaria, devo riconoscere che lo stratagemma consente a John di cantare e suonare avendo tutta la libertà di movimento possibile sul palco. Tra duelli di chitarra e basso incrociati come fossero spade di moschettieri – Tutti per uno, appunto – e pogo selvaggio tra il pubblico, gli acuti spaccatimpani di John e una pioggia insistente di maniaci del crowd surfing che arrivano a cascata sulle nostre teste e fin oltre la transenna, il concerto dei Raven è intrattenimento heavy metal allo stato brado. Informato sulla line up del festival, l’amico palermitano metallaro Aruta scrive a distanza in una chat di gruppo: «Se i Raven fanno (e faranno) Rock Until You Drop pensatemi assai». Leggo il messaggio dopo la fine del concerto e gli do la conferma: «L’hanno fatta alla stragrande! ⚡». Devo chiudere con uno stralcio tradotto della migliore recensione possibile del nuovo album, firmata dal batterista medesimo. «È fottutamente fantastico!!!!! Non me ne frega un cazzo se non hai mai ascoltato i Raven prima, se odi la band, o se sei un fan sfegatato da 45 anni… Questo disco ti ammazza, cazzo! Il fatto che ogni dannata persona della lista dei miei amici non l’abbia già ascoltato cinquanta volte è un fottuto crimine contro l’umanità! Non mi interessa se sei davvero un mio amico nella vita reale o no… Sul serio… Vai ad ascoltare questo album! Dimmi come diavolo si fa a non amarlo! Se lo odi sei stupido… Mi dispiace… Non preoccuparti però, la tua mancanza di intelligenza non influenzerà affatto la nostra amicizia. Condividerò ancora un boccone con te e parleremo del tempo… Non ti giudicherò per il fatto di essere un deficiente dai gusti pessimi… Ti vorrò bene comunque, se sarai una brava persona…». Che roba da matti, i Raven. Una canzone: Seek And Destroy.

Certo, le top 3 lasciano il tempo che trovano, però – a patto di non prenderle come oro colato e di premettere/sottendere all’elenco un gigantesco secondo me – possono essere divertenti da comporre. Ecco: secondo me, nella Santissima Trinità del Nuovo Heavy Metal Inglese, sul podio delle band fondamentali per definire il genere – i gruppi in grado di scrivere le canzoni migliori e renderle trascinanti dal vivo – svettano gli Iron Maiden. La medaglia d’argento va a un altro nome già citato più sopra: Judas Priest. I terzi classificati stanno per materializzarsi sul palco del Luppolo: sono i Saxon, un moniker inciso a scalpello nelle tavole della legge della musica dura. Pochi mesi fa, il chitarrista storico Paul Quinn ha detto stop, e così l’unico componente della formazione classica è rimasto il fantastico cantante Biff Byford. Per prendere il posto di Quinn, il gruppo ha voluto un musicista della stessa generazione e ha così arruolato il grande Brian Tatler, già guitar hero e cuore pulsante dei coevi Diamond Head. Sono stagionato a sufficienza – a proposito di anzianità di servizio – e sto per rivedere i Saxon a quasi due decenni dall’unica volta, al Fillmore di Cortemaggiore, in una fredda serata novembrina del 2004. Mi trovavo con Canio, fratello – eccone un altro! – di Q, mio carissimo amico e sodale di Cremonapalloza, e il quintetto dello Yorkshire ci stese con due ore e mezza di esibizione e quattro bis (non li lasciavamo più andar via, insomma). Il giorno dopo, sul Forum di Cremonapalloza, il giovane me stesso scrisse un post di goduria totale, senza mezze misure, marcando ogni parola con l’iniziale maiuscola per rendere più epiche le poche righe di resoconto. Rieccoci quindi, in migliaia, a cogliere l’attimo: il recente disco dei Saxon si chiama 𝕮𝖆𝖗𝖕𝖊 𝕯𝖎𝖊𝖒 e sulla sua medievaleggiante, minimale grafica giallorossa si gioca tutto l’impatto scenografico del palco, davvero potente, anche per le dimensioni bibliche dell’immutabile logo della band alle spalle dell’imponente batteria di Nigel Glockler. Chissà quante matite e penne metallare hanno provato a scarabocchiare su carta o tessuto quella massiccia esse, formata dall’incontro di due antiche asce usurate. E con Carpe Diem, il singolo che dà il titolo all’album, il concerto si apre. Che cosa scrivere di un live dei Saxon che non sia già stato scritto? Che la band fa spavento per quanto è affiatata? Che l’energia rimbalza in circolo da sopra a sotto il palco e viceversa? Che Biff è a-do-ra-to dalla legione metallara? Temo che siano tutti concetti stravisitati, per quanto sacrosanti. Il fatto che mi sembra centrale è che stiamo provando un’emozione collettiva. Quindi sì, è lapalissiano: se gli attempati leoni dalle criniere ingrigite ci offrono Motorcycle Man oppure Crusader o ancora Wheels Of Steel, ricevono più cori, più corna al cielo e più applausi rispetto a quando eseguono i pezzi nuovi; ma il senso di unione è costante e attraversa lo show dal primo all’ultimo minuto. Se ne accorge anche Biff, che da una tasca della sua pesante giacca tutta abbottonata (ma come fa?) estrae il telefono e ci filma a lungo mentre idolatriamo la band. La setlist – di circa un’ora e mezza complessiva – è una gran bella compilation di successi: la selezione comprende almeno un episodio da gran parte degli album storici e tre pezzi da ciascuno dei tre lavori universalmente considerati i migliori del gruppo, quelli cioè del biennio 1980/81. A posteriori, il giorno dopo, il sommo Roby – una garanzia, quando si parla di heavy metal – mi conferma che in effetti la sequenza delle canzoni si assomiglia spesso, fatto salvo l’inserimento di qualche traccia dall’album più recente. Avendo lui visto una quindicina di concerti dei Saxon – tra cui la precedente tappa cremonese, al Motorock 1997 – direi che posso fidarmi. Poi è chiaro, ogni duro bastardo core de fero come il sottoscritto si scioglie come burro davanti alla canzone giusta, e quando riconosco l’attacco di And The Bands Played On sono sopraffatto dai brividi. Il concerto, già meraviglioso, diventa per me indimenticabile nelle battute finali, quando la scaletta vira decisa verso il mio album saxoniano preferito: prima arriva Denim And Leather, irresistibile title track dell’omonimo disco, un pezzo scritto per noi, per la nostra comunità, dice Biff. Sarebbe abbastanza, in coda a uno splendido show, in cui Byford si è dimostrato in gran forma e la classe di Brian Tatler si è integrata alla perfezione nella formula magica. Ma ne manca ancora una: «Princess! Princess!», reclama a gran voce il popolo. I sovrani non si fanno desiderare: Princess Of The Night e il suo riff assassino frantumano la notte cremonese come un lampo minaccioso fa a pezzi un cielo notturno. L’ultimo atto dura quasi come un brano: i cinque si schierano a fronte palco per prendersi la gloria, mentre noi intoniamo il più basilare dei cori da stadio, ripetendo il nome del gruppo tra gli «Olé» di esultanza. È un’esperienza commovente. È quasi troppo. Sono i Saxon. The Mighty Saxon. Una canzone: Heavy Metal Thunder.

La Festbier del dopo è sempre la più buona. Mentre il nettare ambrato mi rinfresca la gola, il gentilissimo Dann – che vedo impegnato come assistente di palco per tutti e tre i giorni – mi regala la prima parte della scaletta del concerto: il foglio A4, delimitato da due strisce di nastro isolante, finirà in cornice nell’ala ovest della mia reggia. Poco dopo, avvisto i fratelli Gallagher dei Raven, che, alla loro bella età, si caricano di persona in furgone strumenti e amplificatori. Eroi! Oh, guarda, lì c’è Brian Tatler che addenta una pesca. Gli esprimo il mio gradimento e mi ringrazia come un lord inglese: sembra che sia lui a voler scambiare volentieri qualche parola, allora mi fermo un paio di minuti. Tra le brevi battute, parliamo del futuro: per il 2024 è già fissato il ritorno in Italia, al Forum di Assago, in supporto ai Judas Priest. Infine, descrivo a Tatler in sintesi quel concerto dei Saxon del 2004 – è un po’ surreale che io ne parli a lui, ma d’altro canto è la new entry del gruppo – e si stupisce dei quattro bis. «Four encores?», domanda, sgranando gli occhi e sollevando le sopracciglia. Ribadisco: un signore.
Mamma mia, Biff! Eccolo, mentre – a un’ora circa dalla fine del concerto – ha la testa e una gamba già dentro il furgone che lo porterà al meritato riposo.
«Mr. Byford, grazie mille, complimenti!», gli dico in inglese. «Potremmo scattare una foto insieme?», aggiungo, tutto speranzoso.
E lui, perentorio: «No, mi spiace. Non ho tempo».
Lo sconcerto mi attanaglia per un attimo.
«Ma certo che possiamo, ti sto solo prendendo per il culo!», si apre in un sorriso.
Mi ha fregato alla grande!
Scoppio a ridere e mi affianco a lui.
Ed è questo il motivo per cui, nella foto che bramavo da mezza vita, ho sul volto l’espressione di pura gioia che avrò avuto a otto anni la mattina di Santa Lucia.

La dj TiTania, di Radiofreccia, rende torrido l’after party investendoci con una ridda di classiconi metallici a presa rapida. Io comincio ad accusare qualche fatica – tutto il giorno in transenna… – e ho ancor meno voce di ieri, causa Saxon, ma non mi nego una breve sessione da urlatore alla sbarra della console, mentre brindo con Mike a colpi di Festbier e mi ricongiungo con Valerio ed Emanuele (per la verità più con il primo che con il secondo, che sta giocandosi ottime chance con una metallara appena conosciuta). Mi ero sorpreso a pensarmi cuore di panna per essermi commosso davanti ai Saxon? Be’, Emanuele mi supera di slancio: lui mi confessa di aver pianto, in senso letterale, durante il concerto. Stupidamente, non ci lasciamo i reciproci contatti e nemmeno conosco i cognomi dei ragazzi, per cui sarà dura beccarsi di nuovo. Però ricorderò sempre con piacere ’sti due metalheads capitolini e la loro passione fanatica per gli Opeth.

Domenica 23 luglio
Non conoscere qualcosa è una posizione interessante, nella misura in cui ci mette nella condizione di conoscerlo, mettendoci un po’ di curiosità. Il nome Slug Gore non mi dice nulla e allora, nei giorni precedenti al festival, anziché cedere alla mia parte detective e indagare sulla band, faccio tutto il contrario: mi approccio alla domenica finale del Luppolo arrivando vergine al matrimonio con il primo gruppo in programma. Ah, ma che diamine, ottimo: sono ragazzi giovani! In particolare, il cantante dalla selvaggia chioma bionda mi sembra davvero giovane. E poi, aspetta un attimo… Sotto il palco ci sono… Altri giovani! Anzi, giovanissimi! Decine di under 20! E hanno le t-shirt degli Slug Gore! Bene, bene, sentiamo! E non sono male affatto: la miscela death metal e grind è carburata a dovere da una sana dose di incoscienza. Mi piacciono, forse perché mi piace – anche per contrasto con la band che seguirà – l’attitudine cazzara, umoristica e del tutto disimpegnata del quartetto ravennate di recentissima nascita, che sei mesi fa ha pubblicato l’ep d’esordio, dal titolo Extraterrestrial Gastropod Mollusc (che mancanza di cognizione) e che, maturando, potrebbe garbare a chi è fan della robaccia à la Municipal Waste o Creeping Death. Mentre vedo i kids sotto il palco che si inseguono nel mosh pit, si prendono a spallate nel wall of death e si sdraiano per terra, coordinati, per remare nell’aria come dei piccoli fratelli Abbagnale del grindcore, sono contento. Auguro agli Slug Gore di crescere sempre più e di diventare un gruppo freak friendly di riferimento, fino a suonare i loro pezzi che parlano di lumache e di b-movie allo strepitoso festival ceco Obscene Extreme, davanti a torme scatenate di hippy infangati e travestiti da dinosauri o unicorni. Leggerò in seguito che il cantante – al secolo Andrea Parisi, classe 2001, noto con vari nickname – e il batterista, Danny Metal, sono ben conosciuti in rete come content creator tra YouTube e Twitch, il che ha già procurato alla band una comprensibile maggiore visibilità presso giovani e giovanissimi e, di pari passo, l’astio di qualche purista che grida alla gavetta e ai valori e alla meritocrazia e bla bla bla. Che noia! Come dicono nei talent: «Per me è un sì!». Una canzone: Grounded By Slugs.

È come una reunion: mi riferisco al pubblico locale storico dei Cripple Bastards, che – a parte essere tra i numi tutelari del grindcore, senza dubbio nella top 10 dei più significativi di ogni tempo, nel genere, forti di tre decenni e mezzo di carriera, senza scioglimenti, sempre in fervente attività – hanno un legame speciale con Cremona, poiché il chitarrista Der Kommissar e il bassista Schintu The Wretched, che suonano in pianta stabile nel gruppo rispettivamente da 23 e 25 anni, sono cremonesi. Il combo – guidato dalla voce ultraviolenta di Giulio The Bastard e completato dal fenomenale Raphael Saini, batterista sardo di origini brasiliane – torna a suonare in città a distanza di ben 12 anni dall’ultima volta, dopo l’ennesimo di tanti festival underground organizzati alla grande al C.S.A. Dordoni. Nel frattempo, non ho mai fatto passare troppo tra una bastardata e l’altra, e – pur non essendomi granché scapicollato per seguire la band, tra Castelleone, Casalmaggiore e Parma – ho rimpinguato il mio personale registro delle presenze, che ora mi dice che sto per vederli per l’undicesima volta nell’arco di una ventina d’anni scarsi. Non un numero da record, ma pur sempre dignitoso. E appunto, rivedo così tutte le persone che alle serate dordoniane non mancavano mai e che non si sono fatte sfuggire l’occasione per un amarcord che – è inevitabile – ha un aroma un poco nostalgico. Cito solo mio fratello Ago, maniaco di lungo corso dei Cripple, ma dovrei produrmi in un lungo elenco di soprannomi di amiche e amici. Bando ai sentimentalismi, però: qui si parla di brutalità sonora, di devastante hate grind da vivere con il demonio in corpo. Ho già conquistato la transenna, decentrato, davanti a Schintu, che, quanto a scelta della t-shirt, opta per uno degli inconfondibili gatti stilizzati di Simo The Kid, promuovendo così l’arte locale. Invece Giulio – altro artista, ma della provocazione – veste una maglietta dei giapponesi The Stalin, gruppo hardcore punk anni Ottanta dal nome scomodissimo. Io ho messo la t-shirt dei Cripple Bastards che preferisco in assoluto: davanti, un teschio sormontato da un vistoso copricapo nativo americano; sulla schiena, la traduzione in inglese di alcuni versi del brano Spirito Di Ritorsione.
Veniamo al live: il primo a entrare in scena è Raphael, sommerso da applausi e cori personalizzati ancor prima di cominciare a pestare sul drum kit. Il suo stile alla batteria è tecnico e controllatissimo, ma il martello pneumatico che ha nel polso provoca la rottura della pelle risonante (quella sotto!) del tamburo principale, mentre Giulio sta introducendo la feroce Padroni. «Cambio rullante», annuncia telegrafico The Bastard – in uno dei rarissimi interventi che non coincidano con i titoli delle canzoni – per spiegare la pausa forzata nella scaletta. Che è una scaletta impressionante, da volare via. Chi ha seguito e segue il gruppo in modo approfondito – io ho vissuto periodi di vera e propria ossessione – non può che restare di stucco constatando che, anche se gli anni passano, canzoni come Get Out And Bite Them, la pietra miliare Misantropo A Senso Unico, la disillusa Prospettive Limitate«Lavora! Consuma! Crepaaa!!!» – e tante altre non hanno perso un’oncia del loro nichilismo e della loro assurda negatività in concerto. Urlo tutti i testi, più forte che posso, in faccia a Schintu – che mi manda ai matti quando suona una corda vuota del suo basso e intanto stringe il pugno della mano sinistra, momentaneamente libera – e intanto vedo addensarsi un pogo bello cattivo appena dietro noi della trincea. Der Kommissar ha una presenza scenica meno appariscente degli altri due in prima linea, ma la sua aggressività alla chitarra è letale: la sola Being Ripped Off è una rasoiata alla gola. È davvero complicato spiegare a parole a chi non ha mai visto i Cripple com’è Giulio The Bastard sul palco: un frontman hardcore punk prestato all’estremismo più oltranzista, una furia dagli occhi assassini con la voce alla carta vetrata. Vederlo accartocciarsi su sé stesso nella fulminea sequenza Authority? / Asti Punks / Necrospore – tre canzoni, venti secondi di durata totale – mi colpisce ogni volta. Proseguendo fino all’apice del massacro, i brani in setlist certificano in via definitiva che i Cripple ci vogliono proprio al tappeto: il thrash metal e hardcore punk di 1974, l’odio e la rabbia di Polizia, Una Razza Da Estinguere, il disgusto di Italia Di Merda, la sociopatia anaffettiva della mostruosa Il Tuo Amico Morto, la potenza lacerante di Stimmung – «Ok, 35 anni di Cripple Bastards», comunica al microfono Giulio per introdurla – e l’orrore senza speranza di Morte Da Tossico ci accompagnano verso la fine delle ostilità. «Ciao a tutti, grazie»: seppure in un attimo, Giulio lo dice. La quantità di entusiasmo che è arrivata sul palco per ogni istante dei tre quarti d’ora di esibizione non può aver lasciato indifferente nemmeno lui, che non interpella mai in modo diretto il pubblico. Con ampi gesti, le braccia al cielo e facendo volare plettri e bacchette, Der Kommissar, Schintu e Raph mostrano apertamente la propria soddisfazione per l’accoglienza dell’audience; applaudo e ululo, dando fondo alle energie di scorta. Esco dal concerto prosciugato e con le corde vocali a brandelli: recupererò appieno la voce solo qualche giorno dopo. Grazie, eterni Cripple! Una canzone: Images Of War / Images Of Pain.

«Questi sono delle leggende! Questi hanno creato la musica che ci piace, hai capito?». Lo sento dire da un mio vicino di pogo, infervorato, all’indirizzo di un suo amico durante il live dei Possessed. Mi sono imposto di lasciare la transenna e godermi il concerto con calma, magari a distanza di sicurezza, e invece – sarà più forte di me, boh! – mi ritrovo invischiato nel vortice delle persone adulte che si scontrano per divertirsi. Del resto, nel mulinello di corpi incrocio i miei amici e coetanei Dacco e Prezza; quindi, perché dovrei lasciar perdere? Classe ’82, classe di ferro! Scherzi a parte: chi non molla sul serio è Jeff Becerra, unico membro originario dei pionieri californiani del death metal (è probabile che il sottogenere si chiami così per via della loro omonima canzone del 1985). Con la sua voce, Becerra ha dato la stura alla fondamentale tecnica del growl e la sua band è stata tra le prime a dotarsi di un’estetica satanica (si veda il logo con la croce rovesciata e la coda diabolica, che è riprodotto su scala gigante nello stupendo stendardo splatter a fondo palco). Costretto su una sedia a rotelle da oltre trent’anni – subì una rapina, oppose resistenza e gli spararono – e afflitto da una serie di problemi fisici nel tempo, Jeff ha affrontato lo scorso anno l’ultima sfida/sfiga, che lo ha portato a sottoporsi a un’operazione all’occhio destro: ne è strascico la – fichissima – benda da pirata con cui Becerra lo copre. Be’, provando a tenermi ad anni luce di distanza da qualsiasi enfasi, trovo esaltante che un uomo così provato dalla vita – consapevole di aver già giocato un ruolo di primo piano nella musica cattiva – se ne vada in giro per il mondo, con tutte le difficoltà aggiuntive che la sua condizione comporta, anziché ritirarsi a una vita privata che sarebbe molto più comoda, ma priva di stimoli. Estremo. Detto ciò, sarà che ho i padiglioni auricolari cotti, sarà che i suoni escono un po’ sbilanciati, sarà che la voce di Jeff fatica – per ovvie ragioni – a imporsi sul muro di chitarre, basso e batteria che gli altri Possessed costruiscono a mattonate, ma percepisco un concerto a tratti confusionario. Jeff sorride, ringrazia, interagisce, fuma, ci riprende con il telefono, si spinge ai lati del palco, si sforza per tirare fuori la voce al meglio che può. I quattro lungocriniti e borchiati che lo circondano fanno il resto. In virtù di ciò, mi sento di decretare: ’sti cazzi della confusione. Sono felicissimo di aver visto la band e di essermi fatto un po’ di mosh pit da pollaio senza cantare ed evitando di compromettere ulteriormente le già bruciate corde vocali. La presenza al Luppolo in Rock di un gruppo così seminale ha donato prestigio al cartellone del festival e si è rivelata – per certi versi – affascinante, sul palco. La messa è finita, andate all’inferno. ¡Que viva el death metal! Una canzone: Burning In Hell.

Max Cavalera a Cremona. E chi l’avrebbe detto? Il musicista brasiliano, fondatore – assieme al fratello Igor, aridaje con i fratelli – dei cruciali Sepultura negli anni Ottanta, ha dato vita nel decennio successivo al progetto Soulfly, di cui in pratica è depositario unico. Evito di stilare l’elenco delle loro collaborazioni, che risulterebbe tanto corposo quanto fine a sé stesso: ci basti sapere che i Soulfly sono la tipica band contaminata, in cui le sonorità thrash metal delle origini sono innervate da una nuova linfa, dal groove metal (stile fumoso da definire) – al nu metal – oddio, parolaccia! – e soprattutto con l’inserimento di passaggi e pattern ritmici derivati dalla musica tradizionale e tribale del Paese verdeoro. Nato a Belo Horizonte, il buon Max tiene molto alle sue origini italiane e mi è davvero simpatico, sia per affinità con le sue idee politiche progressiste e contro il potere, sia perché, per sua stessa dichiarazione, la passione per il rock e la voglia di diventare musicista scattarono in lui da ragazzino, nel 1981, assistendo al concerto monstre che i Queen tennero all’Estádio do Morumbi di San Paolo davanti a qualcosa come 120˙000 fan in delirio. Per la precisione, fu la versione veloce di We Will Rock You ad accendere la scintilla nel giovanissimo Max, che il giorno dopo si precipitò in un negozio di dischi e comprò Live Killers. Bravissimo! Tornando ai Soulfly, penso che l’album imprescindibile della loro discografia sia tuttora il secondo, Primitive, del 2000, che cominciava e finiva sulle ipnotiche note di un birimbao, come in una roda di capoeira. L’immediato «Um, dois, três, quatro» di Max, quindi, un po’ mi stupisce: il singolo trainante, Back To The Primitive, viene eseguito subito, in apertura dello spettacolo. Minchia, che botta! Neanche il tempo di pensarci e mi ritrovo nel bordello a urlare: «Back to the primitive / Fuck all you politics / We got our life to live / The way we want to be». Alla fine del pezzo, Cavalera ci saluta con la bestemmia italiana standard – accolta dalle migliaia di presenti con prevedibili risate e applausi di approvazione – e riparte all’istante, senza respiro, con No Hope = No Fear. Come immaginabile, il concerto è un terremoto (d’altronde, il líder ha gioco facile nel circondarsi di volta in volta di musicisti capaci e adeguati, tra cui il figlio Zyon Cavalera alla batteria), ma soprattutto – ancor più che altri live della tre giorni – pervaso da quell’atmosfera di unione e vicinanza che fa muovere il pubblico come fosse cosa sola e quasi azzera la distanza tra palco e platea. Cavalera è alla ricerca costante del contatto con le persone, le coinvolge, le chiama a raccolta, aiutato dal carisma innato e dalla presenza imponente (mi fa venire in mente Orson Welles), esaltata da un look al 100% vecchia scuola, tutto borchie e toppe. Chiede di aprire il pit prima di dare l’attacco di Frontlines, il cui ritmo frenetico chiama il pogo selvaggio. Ed è in sostanza tutto così, il concerto, che è anche un rituale, che è anche il raduno di una tribù: intenso, movimentato, rumoroso. In tal senso, l’apice si tocca forse con la pesantissima Prophecy, che provoca un’ovazione dal piazzale. Nel bel mezzo di Porrada arriva l’altra bestemmia italiana standard, quella tutta al femminile. La recente Superstition (che mazzata!) mi dà modo di concentrarmi sulla bravura del bassista titolare e del chitarrista aggiunto, i cui nomi, accostati, costituiscono un’aberrazione statistica: i due si chiamano Mike Leon e Mike DeLeon. Sul serio‽ Sì, per quanto sembri uno scherzo. Il moro e riccioluto DeLeon indossa pantaloncini decorati da una grande foglia di marijuana e, soprattutto, una t-shirt con l’inconfondibile logo della F.O.A.D. Records, reverenda etichetta underground torinese in cui lavora Giulio dei Cripple Bastards. Nella sua infinita magnanimità, il Cavalera concede una hit del repertorio Sepultura come Refuse/Resist, per l’alegria do povo: piovono persone! Dice: non ci sono stati ancora abbastanza figli e fratelli? Pronti! Ecco aggregarsi al gruppo Richie Cavalera, altra progenie del capo, chiamato sul palco dal padre in veste di vocalist principale per la superba Bleed. Il live si dirige verso la falsa conclusione: quando Max rientra sul palco, la stazza risalta ancor più, di bianco vestita! Come da sua esplicita richiesta di amante del calcio, l’organizzazione del festival gli ha consegnato una divisa della Cremonese, con tanto di personalizzazione: sulla schiena, al cognome del fantasista Cavalera è abbinato il numero 10. Un appunto è d’obbligo: peccato che la tenuta, pur ufficiale, sia quella da trasferta! Sarebbe stato meglio procurare una maglia grigiorossa, e lo scrivo perché – a mia domanda esplicita, fatta apposta in seguito – alcuni amici che non seguono il pallone mi hanno confessato di non aver capito che si trattava della casacca della Cremo. Amen! Il bis sembra la festa di una confraternita universitaria anni Sessanta, ma con il peso specifico di un macigno: Max ci chiede di abbassarci sulle ginocchia, poi annuncia Jumpdafuckup e cazzo, se saltiamo! La band si abbraccia, saluta e lascia il palco, osannata: il coro da stadio «Olé olé olé olé / Soulfly Soulfly» è omologo di quello che, la sera prima, avevamo dedicato ai Saxon. Campioni del mondo! Una canzone: Eye For An Eye.

Carcass: il solo nome fa rabbrividire. Per l’ultima band in programma si sono giustamente spese parole d’elogio fin dagli esordi, che hanno proiettato il gruppo guidato da Jeff Walker e Bill Steer nel gotha dei padri costituenti del death metal e del grindcore già a partire dai tardi anni Ottanta, con l’album Reek Of Putrefaction. Come mostro finale del Luppolo in Rock, non si poteva chiedere di meglio. Per quanto mi riguarda, giusto per la cronaca, le mie stanche membra riescono a imporsi sul cervello bacato del fan: il risultato è che assisto al concerto da qualche decina di passi, affiancandomi all’amico Jappi – che, manco a dirlo, è il fratello di Wild Vitto, ex di lusso dei Cripple Bastards – e gustandomi la brutalità in modo meno diretto ma forse guadagnando in attenzione. Di tutta la scena musicale estrema mondiale, Bill Steer è il mio idolo indiscusso. Il fatto curioso è che, forse ancor più che per i Carcass, adoro Bill per via della band che ha fondato a fine anni Novanta, cioè i Firebird, progetto parallelo strutturato come trio di hard blues rock, di cui è leader e in cui canta, suona la chitarra e l’armonica a bocca. Mi fanno impazzire, i Firebird: consiglio almeno un paio di dischi, cioè Hot Wings e Grand Union. Per farsi un’idea di come suonano potrei menzionare vari brani, vado quindi dritto sul mio preferito: Horse Drawn Man. In effetti, sento un’affinità con Bill anche per motivi etici ed estetici: vera e propria mosca bianca di un mondo metallaro strapieno di brutti, sporchi e cattivi, Bill – con la sua eleganza innata, le camicie strette, i sempiterni jeans a zampa d’elefante, gli stivaletti e la chioma biondo cenere – sembra un eroe del southern rock anni Settanta, più che del death metal. Aggiungiamo che le sue chitarre predilette sono le Gibson Les Paul Melody Maker dall’aspetto e dal feeling molto vintage e il quadretto rétro è completo. Riassumendo: se io fossi un musicista estremo, vorrei essere Bill Steer. Anche perché mi sembra un bravissimo ragazzo, e ho un debole per i tipi educati e gentili che esprimono ferocia sonora. Ho visto i Firebird in concerto tre volte, la prima delle quali a Lodi, nel 2007, all’edizione d’esordio dello splendido Creature Festival (che manca molto). In apertura avevano suonato i miei amati Losfuocos, veterani hard rock’n’roll lodigiani. Ed è proprio in quegli anni di gloria che il mio amico Den, bassista dei Losfuocos, strinse con Bill un rapporto umano che va tuttora oltre la stima artistica. Come da programma, Den è nel pubblico assieme a noi per l’operazione Carcass, e scrivo «operazione» mica per caso. «Devastanti e freddi. Un gelo così, solo in sala operatoria. Sono stati chirurgici, ecco la parola esatta», scrive online Den all’indomani del concerto. E lo cito perché ha tonnellate di ragione. Come per tutte le band di cui ho provato a raccontare qualcosa, alla fine citerò una canzone rappresentativa, ma qui – per i Carcass ancor più che in altri casi – non si è trattato di attendere questo o quell’altro brano: occorreva esserci per esperire come si costruisce un’atmosfera musicale, un meccanismo a orologeria, un climax ascendente. Credo che il quartetto – oltre a Walker e Steer ci sono James “Nip” Blackford alla seconda chitarra e Daniel Wilding alla batteria – non si sia esibito nemmeno per tutta l’ora e mezza a disposizione, ma la durata del live è stata più che adeguata a mandarci a casa con l’appagante sensazione di sazietà che chi frequenta i concerti conosce. Nonostante, negli anni, il gruppo in studio abbia concesso larghi spazi alla melodia – si pensi al controverso album Swansong – fino a guadagnarsi la medaglietta di formazione death’n’roll, dal vivo i Carcass sono un assalto all’arma bianca, una band fragorosa, che non lascia scampo. Al pubblico non resta che farsi sminuzzare dalla mietitrebbia di chitarre. All’angolo rosso arterioso, gli incontrastati pesi massimi del grind: Carcass! Una canzone: Keep On Rotting In The Free World.

Nel piazzale, a luci accese, si svolge il consueto momento di affettuoso omaggio alla memoria di Ripo, Bazz e Andrea, che il Presidente e portavoce Pacio ricorda con l’aiuto delle famiglie dei tre uomini che non ci sono più. Come detto: la Family è il nucleo attorno a cui ruota tutta l’idea del Luppolo in Rock, come modo di stare insieme ancor prima che come festival musicale. Lasciamo che coriandoli e stelle filanti ricoprano una platea che applaude, commossa. Poi è il momento di lasciare l’area del palco, che negli ultimi tre giorni ha ospitato migliaia di anime infuocate. Saluto Jappi e ritrovo Den, che intanto sta scrivendo a Bill Steer. È il gentilissimo Bill a uscire dal backstage per venire a trovarci, nel punto presidiato da PJ (una colonna del Luppolo): l’abbraccio tra Bill e Den è splendido, degno di due vecchi amici che hanno poche occasioni per incontrarsi. Riesco a dire al biondo ciò che volevo dirgli da anni: che sono grande fan dei Firebird, che amo i suoi outfit e che deve aver stretto un patto col demonio, visto che quest’anno ne compirà 54 ma non appare intenzionato a invecchiare. Lui smentisce sorridente, con modestia, e intanto porta a casa i complimenti.

Congedati Den e i lodigiani, tracanno l’ultima, provvidenziale Festbier, divoro una pinsa e mi dirigo al dj set di Obscene – alla console ci sono Alle Cuoghi e Skåll – arricchito dalla performance sexy, horror e pirotecnica a cura di Paola Polly e Fakir Abraxas. Mi godo tutto, fino allo spegnimento forzato dell’impianto in piena notte, assegnando una menzione speciale – che comunico ai dj – alla scelta di Tough Boy, travolgente pezzaccio che ammiccava al thrash metal, firmato dai giapponesi Tom☆Cat, che fu sigla della seconda stagione di Ken il guerriero. E visto che andare a letto significherebbe concludere l’esperienza, tiro tardi il più possibile, gironzolando per l’area del Parco e fermandomi allo stand che porta l’insegna L’Orso e il Gatto, particolarissima realtà che propone creazioni artigianali in corno, osso, legno e pietre dure, mantenendo una politica cruelty free ed etica. È il momento di rientrare, benedicendo la fortuna di ritrovarsi una cosa così fica sotto casa. Luppolo in Rock ha adesso alle spalle un certo numero di edizioni e riscuote consensi, sia presso il pubblico, sia tra gli addetti ai lavori. Che altro aggiungere? Be’, che già si conoscono le date del 2024: arrivederci, allora, al 19, 20 e 21 luglio dell’anno prossimo, tenendo d’occhio nel frattempo le iniziative dell’Associazione Culturale Luppolo in Rock. Ci vediamo nel circle pit!

Foto: Angelo Dilda – Photo Drigo

Riguardo l' autore

McA

Si registra sul Forum di Cremonapalloza in data 01/02/03 senza farlo apposta e senza sapere che quel momento costituirà davvero un nuovo «Via!» della sua vita.
Nel 2006 è tra i fondatori dell’Associazione Cremonapalloza, di cui ricopre da sempre il ruolo di Segretario.
Ama il cinema, il rock e la Cultura in generale.

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