Musica

Kings Of The Surf

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The Trashmen – Live @ Fillmore, Cortemaggiore (PC), 25/04/2008

Prima il dovere, poi il piacere. Venerdì 25 aprile 2008, dopo una giornata a manifestare, si sgombra la testa e si va a fare surf tra le onde dell’oceano di Cortemaggiore. Al Fillmore è prevista una di quelle serate che non si dimenticano più: il cartellone dice The Trashmen. Oggi il nome del gruppo è di certo poco conosciuto, ma all’interlocutore perplesso basta dire: «Sono quelli di Surfin’ Bird», per ottenere in risposta l’immediato «Aaah!» di chi ha capito. Chi non conosce uno dei brani classici della surf music? Chi non lo ricorda a commento sonoro di una storica carrellata kubrickiana in mezzo al capolavoro Full Metal Jacket? Chi da ragazzino (io anche adesso, ad un quarto di secolo suonato) non ha saltellato come un cretino ascoltandone a tutto volume la versione dei Ramones?
Ma andiamo con ordine. L’arrivo ad inizio serata (mi trovo in splendida compagnia di Sgt. Pepper) ci permette una gustosa sessione di people watching: davanti ai nostri occhi aumenta gradualmente la presenza di rocker brillantinati dagli audaci ciuffi, come di beat dai caschetti precisi e dalle camicie floreali. Ad accomunare i due macrogruppi maschili, la potenza delle basette. Sul versante girls, passiamo da graziose hot chick anni ’50 (pois ecc.) fino a fanciulle perfettamente sixties con i tipici vestitini costellati di quadrati e rettangoli dai colori pastello. So che avete capito.
Ad aprire le danze è un gruppo italiano già visto dal vivo: Ray Daytona And Googoobombos avevano suonato un paio di anni fa a Cremona, entusiasmandomi con il loro surf prevalentemente strumentale, schizzato e velocissimo. Rispetto a quella volta, la formazione è cambiata in due elementi (chitarra ritmica e batteria) e il gruppo ha virato verso un garage punk decisamente più inflazionato. Insomma: «Mi piacevano di più le prime cose», come direbbe un indie della peggior specie. Se prima emergeva – secondo logica – la chitarra psycho del leader del quintetto, ora quasi tutti i pezzi sono cantati dalla comunque bravissima bassista mancina Rosie. Il mio preferito rimane il quinto elemento, Red Razor, che suona pochino le maracas, pochino il tamburello, pochino il theremin, e per il resto si esibisce in pose da macho con il volto sprezzante da dominatore dell’universo. Idolo.
A seguire, The Neanderthals, che accompagnano gli headliner per tutto questo tour. Purtroppo, come annunciato dal palco dal dj ed organizzatore Gianni Fuso, ad inizio serata qualcuno ha pensato bene di sgraffignare tre dei quattro costumi da cavernicoli, che – nonostante le preghiere – non ricompaiono. Dopo aver considerato l’ipotesi di non suonare, il gruppo decide di andare comunque sul palco per rispetto nei confronti della platea. Solo il bassista è dunque del tutto in tenuta da concerto, mentre il cantante Johnny Rabb se la cava comunque alla grande con una giacca leopardata (su torso nudo) e dei boxer leonini che scoprono gambette bianche e rinsecchite. Mascherine da ladruncoli e Converse nere completano il vestiario dei quattro. I loro pezzi rock’n’roll, solidi e tirati, dai titoli geniali come Rockin’ In The Jungle, sono guidati dall’ottima chitarra di Eddie Angel (nome di spicco nell’ambiente) e vanno a rubacchiare qua e là, ora da Elvis Presley, ora da Chuck Berry, ora da Jerry Lee Lewis. Fanno dunque la differenza l’attitudine strafottente e buffonesca di Johnny Rabb, che ogni tanto percuote un suo tamburo personale con grande forza e zero precisione, e la principale componente di puro show: uno squinternato sestetto di simpatiche ballerine, adorabili per la loro totale incapacità di coordinarsi. Del resto hanno i vestitini leopardati, le collane e gli orecchini fatti di ossicini, i pon pon e gli stivalazzi tamarri di pelle, quindi perché chiedere loro di ballare? Basta che vaghino a caso, giocando a cavallina tra di loro (maliziosette), trascinando Johnny Rabb in danze rituali e spiattellandosi a fronte palco, evitando di sdraiarsi sugli sputi del Freak 01, cioè lo psychobilly distrutto dall’alcool che si trova sotto il palco a fianco a noi (a tratti l’unica soluzione era respirare con la bocca). Il Freak 02 è invece un vecchio punk crestato, che crede di essere ad un concerto di hardcore italiano anni ’80, agita il ditino sgomitando come un matto, verso la fine del concerto sale sul palco, all’istante viene prelevato dalla security, ma si ripresenta nella bolgia due secondi dopo. Ci sarebbe anche la Freak 03, una non più giovane pin up che passa la serata a fare la gatta morta, ma finirà in lacrime per non meglio precisati motivi. Le auguro una vita felice. Ma basta con la tristezza, è il grande momento.
In un’elegante divisa, The Trashmen on stage! L’attacco strumentale è da antologia: Walk Don’t Run è uno dei miei pezzi surf del cuore. Tony Andreason, voce e chitarra del gruppo, introduce praticamente tutte le canzoni con racconti dettagliati; tante di esse sono estratte dall’album Surfin’ Bird, ma naturalmente la title track non viene bruciata subito. Tony ci invita a visualizzare mentalmente le onde dell’oceano, ma non ce n’è bisogno: i pezzi strumentali in particolare hanno quel sound unico, metallico e psichedelico insieme, che rende il genere inconfondibile. Mi piacciono molto gli arricchimenti armonici di Bob Reed, che accarezza delicatamente le corde del basso. Dal Winslow accompagna alla chitarra ritmica, meno effettata. La batteria essenziale di Mark Andreason (fratello di Tony e unico membro non originale della band) chiude il quartetto. Tra gli altri pezzi, mi rimangono in testa King Of The Surf, che sostanzialmente nelle strofe è Johnny B. Goode ma poi cambia ed ha un ritornello da paura, It’s So Easy per il refrain ruffianissimo («It’s so easy to fall in love»…) e Kuk, per via del titolo palindromo. Altre perle note un po’ a tutti: c’è Suzie Q di Dale Hawkins (celebre la cover dei Creedence Clearwater Revival), c’è Gloria di Van Morrison, c’è I Fought The Law nella versione originale di Bobby Fuller (famosa grazie agli immortali The Clash). Ogni tanto si ripresentano sul palco le go-go dancer, questa volta agghindate in stile hawaiano. A fine concerto, finalmente, ciò che tutti stiamo attendendo: Surfin’ Bird! Un po’ più lenta e meno selvaggia rispetto all’originale, infiamma comunque all’istante tutto il pubblico, che balla e canta a squarciagola lo stacchetto «PA-PA-PA-PA-PA-PA-PA-PA-PA-PA-PA-PA PAPA-OOMA-MOW-MOW» per poi godersi il finale con High School Confidential di Jerry Lee Lewis. Il doveroso bis si apre alla grande, con Misirlou (celeberrima nella versione di Dick Dale & His Del-Tones. «Quale?». «Quella di Pulp Fiction». «Aaah!»), accolta con un’ovazione, poi Gianni Fuso chiede un reprise di Surfin’ Bird e viene prontamente accontentato. In chiusura, The Neanderthals e Ray Daytona And Googoobombos ritornano in scena, quindi tutti i musicisti della serata ci salutano con una scatenata Louie Louie: il clima è davvero da college americano, Rosie è fuori controllo e balla indemoniata con le altre ragazze, in platea ci si sballotta a caso, divertimento allo stato brado. In due parole: frat rock!
Fine. Dalle casse parte immediatamente la selezione del dj, e un bel po’ di gente rimane in pista a ballare. Una stretta di mano volante con Tony Andreason ed è ora di lasciare il Fillmore, felici e soddisfatti come surfisti al tramonto, le tavole fissate sopra i furgoni, in viaggio verso la prossima spiaggia, alla ricerca dell’onda perfetta.

McA

D.E. S.I.C.A.

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