Musica

Carnaiorock!

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Il Teatro Degli Orrori – Live @ Latte Più Live, Brescia, 19/02/2010

Ne è passata, di acqua sotto i ponti. Nel luglio 2005, al Crock, gli One Dimensional Man offrirono un concerto tra alti e bassi al pubblico cremonese. Magra figura fu quella lodigiana dell’anno dopo, con il leader Pierpaolo Capovilla a dividersi fra voce e basso, mezzo appeso al microfono e visibilmente provato.
Nacque poi Il Teatro Degli Orrori. Nel marzo 2007, la nuova formazione guidata da Pierpaolo e dal chitarrista Gionata Mirai (proveniente dai Super Elastic Bubble Plastic) si esibì in una delle sue primissime date dal vivo, al Midian, e non fu serata. Il gruppo tendeva a farsi i cazzi propri, il pubblico pure, Capovilla era sfatto, un heavy metal integralista chiedeva pezzi dei «Maiden!» provocando il gelo nel locale… Insomma, c’erano tutti i presupposti per pronosticare che il progetto andasse in merda.
E invece. Invece viene pubblicato il disco d’esordio, Dell’Impero Delle Tenebre, ed è proprio un bell’album, che cattura l’attenzione di quel blocco di pubblico della musica indipendente che vuole chitarre potenti e frontmen incazzati, e s’è stufato di essere rappresentato da gente tipo i Canadians. I concerti si susseguono, sempre più convincenti, e l’attenzione cresce. A fine 2009, è il secondo album, A Sangue Freddo, a fugare ogni dubbio: Il Teatro Degli Orrori è uno di quei gruppi che la nostra scena musicale deve ringraziare siano spuntati fuori. Cerco di spiegarvi perchè;.
Vista la coda all’ingresso del Latte Più Live (sono con la Dèni), è chiaro che dentro c’è gente. Ma non è chiaro quanta. Una volta entrati, mentre stanno finendo di suonare i bravi Marydolls (peccato per il nome del cazzo), ci rendiamo conto che sarà una menata. Sarà una menata prendere una birra, sarà una menata avere spazio vitale, sarà una menata respirare. Marea di corpi, venti gradi di sbalzo di temperatura rispetto all’esterno, umidità al mille per cento, mezzo metro quadro di pavimento pro capite. Ok, anche stasera cerchiamo di portarla a casa. Quasi quasi mi sbatterei laterale in zona bar, la visuale è buona, ma chi prendo in giro? Ci si incunea con la Dèni fino ad arrivare sotto al palco, e figuriamoci. Son lì con una mano sul subwoofer di destra, mentre – un metro davanti a noi, ma di fatto irraggiungibili – scorgo Kia e Veil, vere teoriche e pratiche del concetto malsano di Prima Fila Sempre.
A mezzanotte in punto, il gruppo entra fra gli applausi. Tutti e cinque i musicisti vestono camicia e pantaloni neri. Il palco del locale bresciano è delimitato da grosse colonne pseudomarmoree e decorato da tendaggi scarlatti: insomma, sembra la ribalta di un antico anfiteatro greco, ed è perfetto per ospitare la band più tragica (in senso drammaturgico) del panorama peninsulare. Pierpaolo è preso bene, saluta, viene subito a contatto con le prime file, poi il concerto comincia e mi rendo conto che sarà un concerto come si deve. Capovilla sembra sempre ubriaco e sballato (i già noti occhi acquosi da rettile, il già noto volto ghignante e segnato, e l’inedita panza alcolica paurosa), ma in questo caso canalizza tutta questa distruzione nel migliore dei modi, cioè un nervosismo devastato e devastante. Tempo un altro pezzo, ed è già per terra: perde l’equilibrio e frana sulla batteria di Franz Valente, altra presenza inquietante del gruppo (una sorta di zombie peldicarota ed emaciato, che, come si suol dire, picchia come un bastardo. Ogni suo colpo di grancassa mi fa svolazzare i jeans a zampa). Pierpaolo torna subito in piedi e si sporge con la faccia nella faccia dei superfan davanti, manco fossimo ad un concerto hardcore vecchia scuola, e in effetti il paragone non mi sembra così azzardato: Il Teatro Degli Orrori sputa fuori una musica che ha dentro l’angoscia e la poesia dei grandi gruppi italiani di quel periodo, come i Nerorgasmo. Non è un caso, per quanto estremo, che Kia e Veil, disturbate dal clima di ansia crescente e di brutte sensazioni (Capovilla si passa una mano sul volto e poi si guarda il palmo, come per controllare che non ci sia sangue), mollino il colpo e addirittura lascino il concerto. Massimo rispetto per la sensibilità, mentre la mia reazione va nel senso opposto, quello di un sempre maggiore entusiasmo, che si cementa mentre ascolto il discorso che precede il primo singolo della serata, A Sangue Freddo. La canzone, dice Pierpaolo, parla di Ken Saro-Wiwa, nigeriano, poeta, scrittore, giornalista, attivista politico, creatore della più famosa sit com televisiva nigeriana e altro ancora, impiccato nel suo Paese il 10 novembre del 1995: il suo libero pensiero faceva paura al potere, il prezzo fu la vita. «Bugiardi dentro / Fuori assassini / Vigliacchi in divisa / […] Avete ucciso Wiwa / Ladri in limousine / Che Dio vi maledica / Pagherete tutto / E pagherete caro»: queste sono le parole che Capovilla vomita addosso a chi ha ammazzato Saro-Wiwa, di cui anche Roberto Saviano ha recentemente raccontato.
Il Teatro Degli Orrori suona alla grande. Voglio citare il basso quadrato e influenzato dalla new wave di Tommaso Mantelli, che riesce nell’impegnativo compito di non far rimpiangere Giulio Favero, ormai ex membro del gruppo. Ed è ottimo anche l’innesto della seconda chitarra, quella di Nicola Manzan (sporadicamente anche al violino), che tiene alta la tensione quando Gionata Mirai si concede qualche orpello solista, vagando sinuoso per il palco. Ma d’altro canto rimango praticamente per tutto il tempo con gli occhi su Pierpaolo, che spesso non canta, bensì declama i testi, come uno strillone infernale che porta notizie quasi mai buone. Ed è proprio indemoniato, se è vero che, nell’arco del concerto, si tuffa – non esagero – una dozzina di volte sulla folla, facendosi trasportare dalle mani del pubblico fino al fondo del locale, per poi nuotare nell’altra direzione, tornando fra le rassicuranti braccia del roadie. Inoltre continua a sbatacchiare il microfono nell’aria come fosse un oggetto contundente, un martello minaccioso con cui esprimere rabbia e aggressività, tanto da spaccarlo e doverlo sostituire, pur non avendogli inferto traumi reali. Mi piace pensare che il microfono non abbia retto al profluvio di parole/pallottole sparate da Capovilla, che in un paio di occasioni punta la mano/pistola sulla gente, e al contempo butta ripetutamente indietro la testa, come fosse colpito da un proiettile nel cranio.
Le canzoni nascono e muoiono una in fila all’altra, rendendo non molto significativa – e infatti la evito – la citazione dell’elenco dei titoli in scaletta. Da un lato, i pezzi sono tutti belli: il concerto presenta momenti di abbassamento del volume, o della velocità (Valente arriva a toccare ritmi pestatissimi e lentissimi, quasi drone), ma senza che questo si traduca in un calo di intensità. Dall’altro, al mio ascolto, avvicino questo modo di fare musica a quello della splendente era del prog italiano, dove non aveva senso ascoltare la tal canzone o la tal altra, e bisognava calarsi in tutto il disco – meglio ancora, nell’intera discografia – di un gruppo, per poterlo apprezzare appieno. Certo, è innegabile che brani come La Canzone Di Tom, conosciuti anche da chi non ha i dischi, risaltino nella reazione della platea; ma il tutto è subordinato ad un progetto organico, nessuno o quasi è lì solo per sentire due pezzi.
Pierpaolo lancia una rabbiosa dedica contro la «cricca di infami» che governa l’Italia, e, in senso più costruttivo, pone il concerto, e i concerti rock tout court, non come semplici momenti di intrattenimento, ma come occasioni «di fare cultura, via» (detto in un ridicolo tentativo di toscanaccio). Entrambi i discorsi sono armi a doppio taglio, poichè; esposti a critiche che li potrebbero condannare come facile posa, il primo, e come immodestia, se non arroganza, il secondo. Però, se chiedete a me, le parole arrivano sanguigne e sincere: non c’è motivo di dubitare che Capovilla pensi davvero ciò che dice, e Il Teatro Degli Orrori è una conferma in musica dei pensieri comunicati a voce tra un pezzo e l’altro. E, sempre a mio modo di vedere, il concerto ha avuto sì valore culturale, e non indifferente!
Per il bis, concluso il quale l’orologio dirà che i cinque hanno suonato per quasi due ore, decido di buttarmi alla mia sinistra, nel pogo dal quale mi ero sapientemente tenuto appena fuori fino a quel momento. I brani che esaltano al massimo la macelleria sono Vita Mia e Compagna Teresa (una partigiana che, come tante altre, ha contribuito a rendere libero «questo Paese di merda», dice il cantante). Il cincello non è generato tanto da ragazzini, ma anzi da un target più sui 25-30, quindi torelli tarchiati pelati, oppure armadi capelloni con la barba, o ancora micidiali cocktail di caratteristiche diverse. Quando sono sufficientemente bagnato di sudore altrui più che mio, Pierpaolo si butta per l’ultimo crowd surfing, e, dopo averlo passato sopra la mia testa, creo con gli altri una funzionale catena umana per far scorrere il cavo del microfono, in modo da consentirgli di arrivare agevolmente in ogni angolo della sala. Poi, solo saluti, applausi, sorrisi, ringraziamenti, abbracci (di tutti tranne del batterista, che con la joie de vivre di un morto vivente si incammina lento verso il backstage, diretto verso la bara che usa per dormire).
La parola che mi esce dalla bocca quando le luci si riaccendono è «Carnaio!», e per un attimo penso che i ragazzi mi avrebbero potuto fare il brano/manifesto Carrarmatorock! (che descrive puntualmente ciò che Il Teatro Degli Orrori è), ma alla fine non me l’hanno fatto. Il che, dopo aver visto un grande gruppo e un grande concerto, non è importante.

McA

Fotografie © Monelle Chiti

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